Afghanistan: Giusto il tempo di ragionare

Poche settimane in estate hanno risvegliato l’Afghanistan e il mondo dal sonno della ragione che pretendeva risolta, perché congelata, la questione Talebana. Non misurabile tanto dalla violenza, quanto dalla reazione dei leader mondiali.

Gli Americani, convinti di avere a che fare con una minoranza etnico-religiosa che si sarebbe adattata ai canoni occidentali, ha vissuto una debacle che ricorda i giorni di Saigon. Lo spettro della storia che si ripete, ora è reale e le 20 principali economie del mondo, riunite nel G20, si configurano come prima risposta multilaterale alla crisi Afghana.

Prima che questa terra torni il santuario delle organizzazioni terroristiche, l’occidente deve trovare una posizione comune, con cui si possa aiutare la popolazione civile senza legittimare la “teocrazia Talebana”. Il millenario sistema tribale non diventa democrazia con due decenni di guerra, ma può diventare incubatrice di idee sovversive e anti-occidentali in un tessuto sociale, già fortemente indottrinato. Ognuno va col suo senno al mercato!

Il confine tra Afghanistan e Pakistan prende il nome da Sir Mortimer Durand, Segretario degli Esteri del Raj Britannico, che nel 1893 firmò un trattato con Abdur Rahman. Questa linea tracciata tagliava in due le popolazioni Pashtun e diede un netto taglio demografico alla costruzione di uno stato nazionale afghano.


I recenti avvenimenti hanno suscitato di nuovo il sentimento nazionale e secondo alcuni esperti, per i talebani, essere percepiti come il burattino del Pakistan potrebbe anche ostacolare la legittimità interna del loro governo. Infatti, già dal 2014, talebani, hanno preso le distanze dall’ ISI (intelligence Pakistana) per cercare di limitare l’influenza pakistana in territorio afgano. Quindi è molto probabile oggi, che tornino alla luce le controversie della linea Durand, pomo della discordia già in epoca coloniale.

L’Afghanistan vuole tornare a brillare di luce propria.

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