Tensione migratoria tra Polonia e Bielorussia: ecco cosa sta succedendo.

La tensione migratoria tra Polonia e Bielorussia ha sconvolto l’Europa e dato origine ad una delle crisi umanitarie più dolorose del XXI secolo.

Sui principali quotidiani sta circolando una foto molto significativa, una foto che ritrae alcune dimore polacche illuminate con lanterne verdi, simbolo della luce di chi ha conservato l’umanità. Un segnale forte quanto struggente, per indicare ai pochi disperati migranti che sono riusciti a varcare il reticolato della Bielorussia, entrando in Polonia in cerca dell’Europa, in cerca della libertà, che lì potranno trovare cibo, calore ed accoglienza. Quelle lanterne rappresentano la pietà di cittadini polacchi umili, per la maggior parte contadini, che comprendono il dolore delle migliaia di persone che dapprima sono state attirate in Bielorussia dal dittatore Lukashenko, con la scusa di un passaggio facile in Europa, e poi sono rimaste intrappolate al confine, contro il filo spinato, travolte dal gelo e dai cannoni d’acqua.

Mentre si consuma questa crisi umanitaria, nelle strade principali della moderna Varsavia sfilano ormai da giorni tantissimi neofascisti e neonazisti, che si dilettano ad insultare pesantemente i migranti, trovando il sostegno del premier sovranista Morawiecki. Basti pensare che Kaczynski, membro del partito Diritto e Giustizia, di cui fa parte il leader polacco, ha recentemente finanziato una marcia fascista, vietata dal sindaco del paese in cui avrebbe dovuto svolgersi ma autorizzata dal governo centrale, poiché considerata marcia di valore nazionale.

La comunità internazionale ha condannato fin da subito Lukashenko, telecomandato da Vladimir Putin, per aver utilizzato i migranti come un’arma impropria al fine di destabilizzare l’Europa, quasi come accadde ai tempi di Gheddafi con la Libia. Ciò che fa più riflettere però, è che mentre da un lato abbiamo una vera e propria dittatura, dall’altro vi è la Polonia, membro dell’Unione Europea, la quale vieta ai giornalisti di documentare ciò che accade oltre il confine, impedisce di portare materialmente soccorso e aiuti alimentari ai migranti rifugiati nei boschi, istituendo di fatto il reato di soccorso e cancellando il diritto di chiedere asilo politico, e sottopone i magistrati al controllo di una commissione disciplinare nominata dal governo. Un Paese che crea delle lgbtq+ free zone, in cui omosessuali, lesbiche, transessuali non sono ammessi, minacciando di rimanere nell’UE soltanto laddove le istituzioni comunitarie riconoscano la supremazia delle leggi polacche su quelle europee, può realmente definirsi democratico?

Tale situazione affonda le radici in un complesso sistema di relazioni ed attriti che vede al centro l’Unione Europea. La crisi tra il governo bielorusso e l’UE inizia a giugno 2021, poiché le istituzioni comunitarie impongono delle sanzioni a Lukashenko, accusandolo di autoritarismo, in seguito alla sesta elezione come presidente della Bielorussia. Egli viene infatti descritto come l’ultimo dittatore d’Europa, ininterrottamente al potere dal 1994.

A seguito delle grandi proteste sociali che si sono svolte quest’estate contro il suo regime, ha dichiarato che non avrebbe più contribuito alla lotta all’immigrazione clandestina, permettendo il transito verso ovest di migranti, alimentando così ulteriori tensioni con i Paesi vicini. Anche i rapporti con la Polonia non versano però in acque dolci, considerando il fatto che recentemente la Corte Costituzionale polacca ha negato la supremazia delle leggi europee su quelle nazionali, distaccandosi progressivamente anche dai valori fondanti dell’Unione, accentuando di conseguenza la diffusione di ideali sovranisti e nazionalisti per difendere la legislazione anti-aborto e anti-lgbtq+. Inoltre la Polonia ha da poco compiuto una scelta definibile anti-storica, consistente nellacostruzione di un muro al confine con la Bielorussia. Sarà lungo 180 chilometri, alto 5,5 metri e avrà un costo stimato di 353 milioni di euro. Il ministro dell’Interno di Varsavia, Mariusz Kaminski, ha dichiarato che si tratta di un investimento assolutamente strategico e prioritario per la sicurezza della Nazione e dei suoi cittadini. La realizzazione dovrebbe terminare verso la metà del 2022, nonostante la Commissione abbia espressamente dichiarato che i fondi europei non potranno mai essere utilizzati per la costruzione di muri. Che venga finanziato o meno da fondi europei, ormai sta per essere costruito e la decisione del governo polacco si conforma a quanto previsto dai regolamenti UE, in cui si prevede che gli Stati membri abbiano competenza nella gestione delle frontiere. Con il sostegno di 11 Paesi, e a quanto sembra anche del presidente Charles Michel, il muro diventerà realtà, a dispetto di ogni valore etico e morale.

Matteo Salvini, dopo che nel 2020 la Lega in Europa si era opposta alle sanzioni nei confronti di Lukashenko, ha dichiarato di voler andare a Varsavia perché l’immigrazione clandestina va contrastata senza se e senza ma. Il problema sostanziale in questa tragica vicenda è che i se e i ma sono tantissimi e hanno a che fare con il sentimento di umanità e con i valori democratici su cui si fonda l’Unione Europea. Trecento anni fa Giovanbattista Vico formulò la teoria dei corsi e ricorsi storici, che forse mai come in questi ultimi anni risulta attuale, e fornisce un’importantissima chiave di lettura della realtà. In questa tragica crisi umanitaria, Stoltenberg, segretario generale della Nato, ha definito inaccettabile l’uso dei migranti, da parte della Bielorussia, come tattica ibrida, esprimendo solidarietà alla Polonia. Alcuni migranti hanno infatti riportato che mentre cercavano di far ritorno a Minsk con le proprie famiglie, sono stati bloccati dalla polizia bielorussa che li ha portati al confine con la Lituania. Secondo il governo di Varsavia, a innescare la crisi sarebbe stato infatti Lukashenko, che nelle ultime settimane avrebbe incoraggiato l’arrivo in aereo di molti profughi provenienti da Libano, Siria, Iraq e Turchia, per spingere l’UE a rimuovere le sanzioni economiche comminate al regime bielorusso.

Tuttavia le modalità con cui le autorità militari polacche stanno attuando i respingimenti, quasi come se quegli esseri umani fossero delle palline da ping-pong, sono assolutamente ignobili e demonizzano da ogni punto la vista la loro dignità. Le persone intrappolate nella zona di confine tra Polonia e Bielorussia, in quella che viene definita “la terra di nessuno”, raccontano infatti di aver subito abusi, violenze ed estorsioni da parte delle guardie di frontiera. Sarebbero 15mila i soldati posti dal governo polacco alla difesa del Paese, e negli ultimi giorni si è appreso che hanno fatto uso di gas lacrimogeni e cannoni ad acqua per disperdere i migranti che cercavano, invano, di distruggere il filo spinato che li separa da Varsavia. Sebbene dunque la situazione che si sta verificando sia il frutto di azioni riprovevoli di Minsk, ciò non esonera la Polonia dai propri obblighi in tema di diritti umani, come ha affermato il Commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa, Dunja Mijatović.

A suo avviso, l’atteggiamento assunto dal governo polacco non consente di svolgere un’attività di monitoraggio libera e trasparente, poiché tenendo lontano i giornalisti dalle zone di confine si mina la libertà di informazione e si limitano le responsabilità dell’amministrazione Morawiecki. C’è un’atmosfera palpabile di odio e paura in quei territori, unita a forti vessazioni nei confronti di coloro che dovrebbero prestare soccorso ai migranti. Lo scorso 18 novembre si è consumata una tragedia nella tragedia, poiché un bambino siriano di appena un anno, che tentava di raggiungere l’Unione Europea insieme ai propri genitori, ha perso la vita dopo aver trascorso sei settimane nella foresta senza un adeguato supporto, stroncato dal freddo e dalla fame. La cancelliera tedesca Angela Merkel ha chiamato il presidente russo Vladimir Putin per chiedergli un intervento su Minsk per fermare il disumano trattamento dei migranti al confine con la Polonia, ma con scarsi risultati.

In ogni caso, Bruxelles ha concordato un nuovo (il quinto) pacchetto di sanzioni nei confronti della Bielorussia, con l’obiettivo di colpire individui ed entità (come linee aree o agenzie di viaggio) che organizzano o contribuiscono ad attività del regime di Lukashenko, facilitando così l’attraversamento illegale delle frontiere esterne dell’UE. La Commissione sta inoltre valutando con l’Onu e le sue agenzie specializzate come prevenire lo scoppio di una crisi umanitaria, assicurando il rimpatrio sicuro delle persone nei loro Paesi d’origine, mediante lo stanziamento di 700mila euro per assistere le vulnerabili persone bloccate al confine. Tuttavia spetterà alla Polonia richiedere la loro presenza al fine e facilitare il loro ingresso, cosa al momento fortemente utopistica.

Anziché parlare di muri, erigere recinzioni di filo spinato e rappresentare i migranti come una minaccia, la risposta a questa crisi dovrebbe essere quella di fornire aiuti umanitari immediati, permettendo a chi si trova sul territorio polacco di presentare domanda di protezione internazionale. Dall’una e dall’altra parte è in atto una strumentalizzazione di esseri umani esclusivamente per finalità politiche. Nessuno parla di chi siano queste persone, del loro volto o della loro storia. L’unico approccio possibile alla vicenda consisterebbe nel mettere al primo posto la vita e la dignità di quegli uomini, di quelle donne e di quei bambini che versano in condizioni terribili. I giochi di ruolo basati sulla scoperta di chi abbia al momento la maggiore responsabilità per l’accaduto, dovrebbero essere subordinati all’obiettivo principale, ossia salvare vite umane. E invece, ancora una volta, sono i migranti le vere vittime del potere.

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