Aggiornamenti dal Myanmar: cosa sta succedendo?

“Aung San Suu Kyi condannata a quattro anni di reclusione.” È questa la notizia rimbalzata sulle maggiori testate nazionali ed internazionali pochi giorni fa. La condanna, poche ore fa ridotta a due anni, è stata sentenziata da un tribunale della capitale Naypyidaw ed annunciata dal portavoce dell’esercito Zaw Min Tun. I capi di accusa sono principalmente due: aver incitato la rivolta contro i militari e non aver rispettato le restrizioni anti Covid. Sebbene questa condanna sia la prima ufficiale inflitta a Suu Kyi dopo la presa del potere da parte della giunta militare, rischia di non essere l’ultima. A seguito del golpe del 1° febbraio, l’ex presidente de facto del Myanmar è stata infatti accusata di diversi reati quali corruzione, brogli elettorali, violazione dei segreti ufficiali. È quindi in attesa di essere processata per tali reati che potrebbero portare la sua permanenza in carcere a più di dieci anni.

L’arresto di Aung San Suu Kyi è solo l’ultimo atto di repressione messo in pratica dall’esercito che, da quando ha preso il potere, cerca in tutti i modi, anche e soprattutto attraverso la violenza, di reprimere il dissenso. Ma come si è arrivati a questa situazione?

Torniamo un po’ indietro nel tempo. L’8 novembre 2020, mentre l’attenzione del mondo era concentrata sulle elezioni americane, il popolo birmano si è recato alle urne per rinnovare i membri del Parlamento. Le elezioni sono state stravinte dal partito “National League for Democracy” (NLD) della premio Nobel per la pace Aung San Suu Kyi. Il risultato delle elezioni, che ha assegnato alla NLD l’83% dei seggi in Parlamento, è stato rifiutato dall’esercito birmano. I militari, accusando la leader di brogli elettorali, hanno preso il potere illegittimamente, attraverso un colpo di Stato, il 1° febbraio 2021. Le forze armate, sotto la guida del generale Min Aung Hlaing, hanno arrestato San Suu Kyi ed altri membri di spicco del partito democratico dando inizio ad un nuovo regime.
Ed è qui che è iniziata la repressione vera e propria. Il popolo, di recente esperienza dittatoriale (il vecchio regime autoritario durò fino al 2011), si è subito opposto al colpo di stato. Le proteste sono state numerose e in più parti del territorio birmano. Sono state per lo più pacifiche ma qualche attacco armato all’esercito non è mancato. I militari dal canto loro non si sono risparmiati, la risposta alle proteste è stata brutale e violenta. È stato dichiarato, poco dopo l’inizio delle manifestazioni, lo stato d’emergenza per un anno e sono state applicate severe restrizioni alla libertà personale quali il coprifuoco, il divieto di riunione, sciopero e manifestazione e la nuova restrizione per eccellenza attuata dalle dittature del ventunesimo secolo: il taglio alla rete internet.

Con il passare dei mesi la situazione non è andata di certo in miglioramento; la resistenza birmana ha aumentato la violenza e l’esercito ha reagito altrettanto violentemente. La situazione è sicuramente sfuggita di mano ed è sfociata in una vera e propria guerra civile. La “Assistance association for political prisoners”, un’associazione no profit che si occupa dei prigionieri politici in Birmania, riporta che, al 1° dicembre, le persone uccise dalla giunta sono state circa 1300 e quelle arrestate circa 10600. I numeri sono enormi e ci danno una visione di quanto la repressione della giunta sia brutale.

Il Myanmar è da tempo un paese povero e autoritario, per spiegare meglio la sua situazione facciamo un breve excursus storico/politico. Il Paese ha ottenuto l’indipendenza dal Regno Unito nel 1948. In quell’anno, la nazione si è trasformata in una repubblica con un governo eletto democraticamente. Tuttavia, l’esercito ha sempre mantenuto un ruolo di primo piano volto a reprimere le minoranze etniche. Nel 1962, le forze armate socialiste hanno preso potere instaurando un governo autoritario durato fino al 2011. In questo anno, i militari hanno iniziato a concedere un lento ritorno al governo civile. Il Myanmar ha vissuto un periodo di relativa “tranquillità democratica” negli anni recenti, tra il 2015 e il 2020. Tuttavia, la democrazia è nuovamente stata interrotta il 1° febbraio 2021. È da sottolineare che, anche durante il periodo democratico del Governo Suu Kyi, le critiche internazionali sono state numerose. Infatti, la leader Premio Nobel per la pace è stata accusata di appoggiare il genocidio della minoranza mussulmana dei “Rohingya”.

Gli ultimi dati disponibili del “democracy index”, indice sul livello di democrazia nei vari paesi del mondo proposta ogni anno dalla rivista “The Economist”, danno una chiara visione di quanto la democrazia birmana sia povera e fragile. Il Myanmar è infatti compreso nella scala più bassa, quella dei regimi autoritari.

Come ha risposto la comunità internazionale al golpe? La comunità internazionale si è divisa. Da una parte, i Paesi occidentali hanno fortemente criticato la giunta militare, dall’altra, l’esercito birmano ha ricevuto l’appoggio di Paesi orientali come Cina e Russia.

Gli attacchi più forti dall’Occidente sono arrivati a seguito del massacro attuato dalla giunta militare durante il “giorno delle forze armate”. Il reporter ONU “Tom Andrews” ha dichiarato che “il mondo non può stare a guardare, è il momento di agire.” Secondo Andrews, esistono due modi per intervenire: mediante un’azione decisa dal Consiglio di Sicurezza ONU o attraverso un summit d’emergenza internazionale per tagliare alla giunta i rifornimenti di risorse come cibo e gas ed interrompere immediatamente l’esportazione di armi. Anche il Segretario Generale ONU, Antonio Guterres, intervenendo in una riunione del Consiglio di Sicurezza, ha esortato i Paesi del sud-est asiatico a cooperare per trovare una soluzione pacifica.

I capi di stato maggiore di alcuni paesi NATO (tra cui l’Italia) hanno inviato all’esercito birmano un comunicato congiunto nel quale si afferma che l’esercito del Myanmar ha perso credibilità verso il suo popolo. Questo tipo di comunicati avviene solo in situazioni eccezionali. Altri vari ambasciatori e segretari sono intervenuti. Tra questi il segretario estero inglese Dominic Raab, l’ambasciatore USA Thomas Vajda, e il Ministro degli Esteri australiano Marise Payne.

Se le dichiarazioni sono state roboanti, nel concreto si è risolto ben poco. Ancora una volta si è rivelata l’inefficienza degli organi decisionali delle Nazioni Unite ed in particolare del Consiglio di Sicurezza. Esso è formato da 15 membri di cui 5 permanenti. I membri permanenti, vincitori della Seconda guerra mondiale, USA, Francia, Gran Bretagna, Russia e Cina, hanno diritto di veto. Dato che le decisioni più importanti, come per esempio interventi di “peace keeping” o “peace enforcement” vengono prese all’unanimità, basta il veto di un solo stato per negare l’intervento. Russia e Cina hanno posto il loro veto negando in questo modo qualsiasi tipo di intervento.

Un’azione concreta, seppur insufficiente, è arrivata dall’Unione Europea. Sono state applicate misure restrittive nei confronti dei soggetti direttamente implicati nel colpo di stato. Inoltre, recentemente, il Consiglio Europeo ha prorogato di un anno, fino al 30 aprile 2022, le misure restrittive in considerazione della situazione in Myanmar. Nel verbale emanato dal Consiglio Europeo si legge che: “Il regime sanzionatorio prevede, oltre alle restrizioni ai militari coinvolti, un embargo sulle armi e sulle attrezzature che possono essere utilizzate a fini di repressione interna, il divieto di esportazione di beni a duplice uso destinati all’impiego da parte dell’esercito e della polizia di frontiera e restrizioni all’esportazione di attrezzature per il monitoraggio delle comunicazioni che potrebbero essere utilizzate a fini di repressione interna.” L’UE ha anche stanziato 20,5 milioni di euro per fornire alla popolazione birmana assistenza sanitaria.

La situazione in Birmania continua ad essere disastrosa e la lotta tra resistenza ed esercito è sempre più brutale.

Chi ci rimette di più sono i giovani e i giovanissimi, i quali, dopo aver assaggiato per qualche anno la libertà democratica, si sono ritrovati da un giorno all’altro sotto un regime autoritario. Sono loro che hanno protestato con più forza. Un ruolo fondamentale lo ha avuto la “Milk Tea Alliance”. Il termine significa letteralmente “alleanza del tè e del latte”. Si è diffuso nel 2020 a seguito di un tweet pro-indipendenza di Hong Kong dalla Cina di un famoso attore thailandese. Il nome fa riferimento ad una delle bevande più diffuse ad Hong Kong, Thailandia e Taiwan. In questi paesi, infatti, è tradizione bere tè e latte insieme. Al contrario, in Cina, questa tradizione non è vista di buon occhio. La Milk Tea Alliance, dapprima nata come unione anti-Cina, si è poi trasformata in un sentimento comune pro-democrazia.

Dal 1° febbraio, anche i giovani del Myanmar si identificano in essa. In Birmania, l’alleanza è composta perlopiù da “millennials” e “generazione z”. Sono i giovani e i giovanissimi il simbolo della lotta al potere autoritario. Durante le proteste contro i militari, i ragazzi e i bambini morti per la libertà sono stati tantissimi. Colpisce la commovente storia di Kyal Sin, ribattezzata oggi “l’angelo di Mandalay”. La ragazza, alla guida di un gruppo di manifestanti pacifici, indossava una maglia nera con una scritta bianca permeata di ottimismo che recitava: “everything will be ok”. I militari non hanno avuto pietà: le hanno tolto la vita iniziando a sparare contro il gruppo di ragazzi.

Anche in Birmania, come in altri paesi del mondo dove si lotta per la libertà e la democrazia, sono spesso i giovani ed i giovanissimi a metterci la faccia e il petto. Si potrebbe sostenere con più di una ragione che questa è una costante anagrafica di tante rivoluzioni e di mille resistenze umane.

È dunque ancora molto preoccupante la situazione birmana e i risvolti futuri sono imprevedibili. Non possiamo far altro che essere spettatori passivi di una brutale repressione che continuerà probabilmente per molto tempo.

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