Il Cile ha scelto la rivoluzione.

Con il Cile si completa sempre di più il mosaico dei Paesi socialisti nel centro e nel Sud America. Ora, anche in Cile ha vinto le elezioni un candidato di centrosinistra: Gabriel Boric. Al momento il centrodestra detiene il governo in Brasile, Colombia, San José e Guatemala. Nell’ottobre del 2022 in Brasile si terranno le nuove elezioni e Lula, esponente del centrosinistra brasiliano, dopo che le accuse di corruzione nei suoi confronti sono state annullate dal giudice della Corte Suprema ha deciso di ricandidarsi. I consensi nei confronti di Jair Bolsonaro, a causa della sua gestione della pandemia che gli sono valse le accuse di “crimini contro l’umanità”, stanno calando sempre di più e questo potrebbe portare anche il Brasile ad abbracciare nuovamente la causa socialista. Contemporaneamente, però, in Argentina secondo gli ultimi sondaggi pare che sia nascendo nuovamente un desiderio liberista e ciò si comprende con le elezioni legislative di metà mandato che sono state vinte dalle opposizioni di centrodestra.

Per tornare alle elezioni cilene, Boric, con i suoi 35 anni, è il candidato più giovane ad accedere alla carica che inizierà a ricoprire dall’11 marzo 2022: quella del Presidente. La popolazione cilena ha confermato la propria volontà di cambiare definitamente pagina. Dopo la caduta della dittatura di Pinochet, la maggior parte dei governi che si sono susseguiti sono stati composti da moderati di centro. Alle urne si sono presentati circa 8,3 milioni di abitanti, cioè il 55% degli aventi diritto al voto, ed è record di affluenza dal 2012, anno in cui il voto è diventato volontario (in molti altri Stati dell’America latina il voto è ancora obbligatorio). Inoltre, è la prima volta che un candidato in Cile riesce a ribaltare al ballottaggio il risultato finale, dopo essere arrivato secondo al primo turno. La contesa pareva si risolvesse sul filo di lana, invece la sinistra di Boric si è affermata con un successo pieno. Un ostacolo obiettivo, però, sarà la mancanza della maggioranza alla Camera dove si prefigurano scontri con la destra di Kast, nonostante egli abbia accettato il risultato finale congratulandosi con Boric e promettendo di far parte di un’opposizione costruttiva.

Sebastian Piñera cederà il posto a Boric, il quale si mobilitò proprio contro il presidente uscente. Nelle proteste giovanili e studentesche cilene, che hanno caratterizzato sia il primo sia il secondo mandato di Piñera, Boric è sempre stato molto attivo per quanto riguarda l’organizzazione del dissenso. Piñera si è complimentato con il vincitore delle elezioni accogliendo Boric al Palacio de la Moneda e ricordandogli di fare attenzione alla democrazia e che essere il presidente è diverso dall’essere solo un candidato.

Il neopresidente ha vinto promettendo una serie di riforme radicali e cambiamenti strutturali profondi. L’obiettivo di Boric sarà ridurre le disuguaglianze in un Paese con alto indice di contrazione della ricchezza a favore delle oligarchie. Infatti, l’indice di Gini, strumento utilizzato dagli economisti per stabilire il livello di disuguaglianze, è alto (44,4) nonostante il Cile economicamente stia meglio e sia più stabile degli altri Stati del Sud America (se=0 le disuguaglianze sono nulle, se = 100 esse sono elevate). L’1% della popolazione detiene il 26,5% della ricchezza, e il 50% più povero solo il 2%. Ciò è il frutto di un regime fiscale regressivo, in base al quale tutti pagano poche tasse, senza alcuna distinzione tra l’1% e il resto, e lo Stato fino ad ora ha rifiutato il suo ruolo equilibratore di garante del patto sociale. Inoltre, promette di riformulare il sistema delle pensioni, conferendo maggiori tutele delle classi sociali più svantaggiate, e riequilibrare i benefici di quel «milagro chileno» (miracolo cileno) che gli osservatori internazionali stimano notevolmente, ma che non si traduce in una migliore distribuzione di ricchezza. Boric sostiene “Stabilità sì, ma con meno povertà e discriminazioni”.  Inoltre, dovrà risolvere un errore del suo predecessore Piñera il quale permise il 30% dei contributi previdenziali ai cittadini assicurando così una futura crisi pensionistica. Il sistema privato ha sempre fatto bene il proprio lavoro (istruzione, mercato del credito, assicurazioni) a differenza dello Stato che, secondo gli analisti, non ha mai garantito alla popolazione l’accesso ai servizi basilari e quel minimo di equilibrio funzionale alla stabilità politica e sociale del paese.

Boric ha promesso di essere il presidente di tutti e, dunque, anche di chi non l’ha votato.  Dovrà essere abile nel gestire la polarizzazione e a trovare il giusto equilibrio tra le promesse del proprio programma elettorale, l’opposizione e la stabilità dei mercati. Si prospetta un futuro pieno di incognite. Dovrà attuare una serie di politiche socialiste ma non potrà cambiare del tutto il modello economico liberista che ha portato il Cile ad essere l’economia più sana dell’America latina, anche se lo Stato è sempre stato poco presente per quanto riguarda i sussidi dato che la teoria vigente considera l’intervento dello Stato causa di dipendenze, passività e mancanza di responsabilità e di iniziativa. Inoltre, tale sistema ha permesso al Cile di triplicare il PIL pro-capite in trent’anni. Boric cercherà di innestare una serie di aiuti per colmare le disuguaglianze esistenti nel Paese. Le sue prime mosse pare siano le seguenti: rassicurare i mercati, nominando un ministro dell’Economia che non spaventi gli operatori internazionali concedendo diritti sociali senza compromettere la stabilità macro-finanziaria del Paese. Questo perché la sua dichiarazione in cui ha affermato “Il Cile è il Paese in cui è nato il modello economico neoliberista e sarà anche dove morirà” ha creato non poche preoccupazioni per l’economia del Paese. L’opposizione e gli operatori internazionali non vogliono che il Cile faccia la stessa fine del Venezuela.

Infine, i membri della nuova Assemblea costituente hanno ora un alleato importante, il capo del governo, e potranno completare la tanto desiderata rivoluzione ponendo completamente fine alla Costituzione cilena che risale ancora a quella voluta dal dittatore Pinochet negli anni ’80 e potranno marcare la distanza con tale eredità. Una Costituzione è la cornice fondamentale istituzionale e di conseguenza cambiarla radicalmente vuol dire mettere in discussione il modello politico ed economico, dando la possibilità di introdurre quei correttivi che la popolazione ha richiesto per anni.

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