Referendum 12 giugno

Referendum Giustizia, per cosa si voterà Domenica 12 giugno?

Il 12 giugno non sarà soltanto il giorno delle amministrative in 980 comuni. Infatti, tutti i cittadini italiani aventi diritto al voto potranno recarsi alle urne altresì per esprimere la loro posizione in merito ai cinque quesiti del referendum della giustizia. Quest’ultimo, promosso dalla Lega di Salvini e dal partito Radicale, in principio si presentava con sei quesiti; tuttavia, uno dei sei, quello sulla responsabilità civile dei magistrati, è stato ritenuto dalla Corte Costituzionale inammissibile. Mentre gli altri cinque, che vanno dalla legge Severino fino alle carriere dei magistrati, sono stati giudicati ammissibili dalla Corte Costituzionale lo scorso 16 febbraio. Inoltre, il referendum sulla giustizia è di tipo ‘abrogativo’: previsto dall’articolo 75 della Costituzione, quest’ultimo nasce con lo scopo di eliminare leggi o decreti legge in modo parziale o totale mediante l’espressione diretta del popolo. In ultimo, informazione non di minore importanza rispetto alle precedenti, e neanche così tanto scontata, il referendum abrogativo al fine di essere convalidato deve raggiungere il ‘quorum’. Fatte tali premesse, è giunto il momento di vedere quali sono i quesiti proposti alla popolazione italiana, non prima però di aver chiarito in maniera più dettagliata in cosa consiste il referendum abrogativo.

IL REFERENDUM ABROGATIVO

Il referendum abrogativo, come accennato prima, è stato concepito allo scopo di dare la possibilità agli elettori di esprimersi in merito all’abrogazione, totale o parziale, di una legge o di un atto avente valore di legge. Inoltre, secondo l’articolo 75 della Costituzione, il referendum per essere proposto deve aver prima ottenuto la richiesta da parte di 500.000 cittadini o di 5 Consigli regionali. In seguito a ciò, è compito della Corte Costituzionale stabilire della sua ammissibilità o meno. È opportuno precisare che il referendum abrogativo non è applicabile a tutte le leggi: sono escluse dal referendum abrogativo le leggi tributarie, di bilancio, di amnistia e di indulto, di autorizzazione a ratificare trattati internazionali. Peraltro, con tale tipo di referendum non è neppure possibile abrogare disposizioni di rango costituzionale, gerarchicamente sovraordinate alla legge ordinaria. Infine, il referendum abrogativo è valido se raggiunge il quorum. Ciò vale a dire che i quesiti devono essere votati da almeno il 50% degli aventi diritto al voto più uno.

PRIMO QUESITO: RIFORMA DEL CSM

Il primo quesito proposto ai cittadini riguarda la riforma del Consiglio Superiore della Magistratura. Però, prima di accingerci ad esaminare cosa propone il quesito, urge aprire una breve parentesi sul CSM.

Il Consiglio Superiore della Magistratura è organo di amministrazione della giurisdizione e di garanzia dell’autonomia e dell’indipendenza dei magistrati ordinari. Ha rilevanza costituzionale in quanto espressamente previsto dalla Costituzione, che ne delinea la composizione (art. 104) e i compiti (art. 105). Il CSM è presieduto dal Presidente della Repubblica che, così come il Presidente della Suprema Corte di Cassazione e del Procuratore Generale della medesima corte, ne è membro di diritto. Oltre a questi componenti, scelti in virtù della funzione svolta, il CSM è composto da membri elettivi: due terzi di questi sono eletti dai magistrati di ogni ordine e grado (togati) con tre distinti collegi nazionali, mentre un terzo è eletto dal parlamento (laici) in seduta comune ed a maggioranza qualificata. I tre collegi eleggono ognuno un tipo di magistrato di riferimento: uno elegge i pubblici ministeri, uno i magistrati di legittimità (occupati alla corte di cassazione) e l’altro i magistrati di merito (occupati in tribunali di primo grado e nelle corti d’appello). In aggiunta, un candidato togato per aver la possibilità di essere candidato deve raccogliere dalle 25 alle 50 firme. Invece, i componenti laici votati dal parlamento sono persone che allo scopo di essere elette, devono obbligatoriamente essere docenti universitari o avvocati con almeno 15 anni di esercizio. Le funzioni del CSM, sancite dall’articolo 105 della Costituzione, riguardano lo status del magistrato in generale: assunzioni con concorso pubblico, trasferimenti o assegnazioni e provvedimenti disciplinari che possono causare anche la cessazione del servizio.

QUESITO: Volete voi che sia abrogata la Legge 24 marzo 1958, n. 195 (Norme sulla costituzione e sul funzionamento del Consiglio superiore della Magistratura), nel testo risultante dalle modificazioni e integrazioni ad esso successivamente apportate, limitatamente alla seguente parte: articolo 25, comma 3, limitatamente alle parole “unitamente ad una lista di magistrati presentatori non inferiore a venticinque e non superiore a cinquanta. I magistrati presentatori non possono presentare più di una candidatura in ciascuno dei collegi di cui al comma 2 dell’articolo 23, né possono candidarsi a loro volta?

SPIEGAZIONE

Come ho appena detto, un togato al fine di essere candidato deve raccogliere dalle 25 alle 50 firme di suoi colleghi. Ciò che affermano coloro che sono favorevoli all’abrogazione di tale obbligo è che il sostegno delle correnti della magistratura, in tal caso, diviene essenziale per potersi candidare. Quindi, lo scopo del quesito è di ‘laicizzare’ il CSM, ossia di limitare il potere politico delle correnti e far emergere, così, le qualità del candidato. Qualora il quesito venisse approvato con il , torneremmo alla legge del 1958, secondo la quale tutti i magistrati in servizio potevano candidarsi liberamente e privi di firme preselettive.

A SFAVORE DELL’ABROGAZIONE

Chi si schiera contrario all’abrogazione di tale obbligo sostiene che l’intervento non causerà alcuna limitazione al potere delle correnti. Peraltro, Giovanni Verde, professore di Diritto Processuale Civile alla Luiss – Guido Carli di Roma, ha affermato al Sole 24 Ore che “non c’è legge elettorale che non preveda la presentazione di candidature in base a raggruppamenti. La stessa Costituzione riconosce la libertà di associarsi in ‘partiti’, che svolgono una funzione di necessaria mediazione. Nella magistratura questa funzione di mediazione era svolta dalle ‘correnti’ (e continuerà a essere svolta, anche se si cambierà il nome, da inevitabili forme di associazione, che sperabilménte si realizzeranno intorno a ideali e non a interessi)”.

SECONDO QUESITO: EQUA VALUTAZIONE DEI MAGISTRATI

Ogni quattro anni, i magistrati vengono valutati dal CSM in virtù di opinioni elaborate dal Consiglio direttivo della Corte di Cassazione e dai Consigli Giudiziari. Ambedue i consigli sono a composizione mista, cioè costituiti da togati e laici. Se per valutazioni su questioni tecniche i togati hanno la possibilità di esprimere il proprio parere, lo stesso non si può asserire per le valutazioni circa la professionalità dei magistrati. Infatti, sull’operato dei magistrati possono esprimersi meramente personalità facenti parte della medesima categoria, ossia i togati. In funzione di quanto appena detto, il quesito che viene proposto ai cittadini è il seguente:

QUESITO:  Volete voi che sia abrogato il Decreto Legislativo 27 gennaio 2006, n. 25 (Istituzione del Consiglio direttivo della Corte di cassazione e nuova disciplina dei Consigli giudiziari, a norma dell’articolo 1, comma 1, lettera c) della legge 25 luglio 2005 n. 150), risultante dalle modificazioni e integrazioni successivamente apportate, limitatamente alle seguenti parti: art. 8, comma 1, limitatamente alle parole “esclusivamente” e “relative all’esercizio delle competenze di cui all’articolo 7, comma 1, lettere a)”; art. 16, comma 1, limitatamente alle parole: “esclusivamente” e “relative all’esercizio delle competenze di cui all’articolo 15, comma 1, lettere a), d) ed e)”?.

SPIEGAZIONE

In sostanza, ciò che è proposto ai cittadini con tale quesito è di riconoscere anche ai membri laici il diritto di prendere parte alle valutazioni sull’operato dei magistrati. Secondo tutti coloro che sono favorevoli all’abrogazione, ciò garantirebbe una maggiore oggettività nel giudizio, oltre che una equità tra laici e togati.

A SFAVORE DELL’ABROGAZIONE

Invece, quello che affermano coloro che sono a sfavore dell’abrogazione è che con tale proposta si avrebbe un effetto opposto rispetto a quanto auspicato dai sostenitori del sì: gli avvocati nei processi giudiziari rappresentano la controparte, quindi ci sarebbe un enorme rischio di pareri ostili e soggettivi. Non solo: qualora un magistrato, in un processo, si trovasse dinnanzi ad un avvocato che avrà la possibilità di esprimere una valutazione sul suo operato (determinante per la sua carriera), quest’ultimo non giudicherà in modo sereno e sarà certamente influenzato. La terzietà del giudice sarebbe, così, in discussione.

TERZO QUESITO: SEPARAZIONE DELLE CARRIERE DEI MAGISTRATI SULLA BASE DELLA DISTINZIONE TRA FUNZIONI GIUDICANTI E REQUIRENTI

Per la legge Mastella del 2007, i magistrati nel corso della carriera possono cambiare la loro funzione da giudicante (colui che giudica ed emette la sentenza) a requirente (colui che rappresenta la pubblica accusa) e viceversa, sebbene con forti limitazioni (cambio di regione e non solo) e non più di quattro volte. A tal proposito, il quesito proposto ai cittadini è il seguente:

QUESITO: «Volete voi che siano abrogati: l’ “Ordinamento giudiziario” approvato con Regio Decreto 30 gennaio 1941, n. 12, risultante dalle modificazioni e integrazioni ad esso successivamente apportate, limitatamente alla seguente parte: art. 192, comma 6, limitatamente alle parole: “, salvo che per tale passaggio esista il parere favorevole del consiglio superiore della magistratura”; la Legge 4 gennaio 1963, n. 1 (Disposizioni per l’aumento degli organici della Magistratura e per le promozioni), nel testo risultante dalle modificazioni e integrazioni ad essa successivamente apportate, limitatamente alla seguente parte: art. 18, comma 3: “La Commissione di scrutinio dichiara, per ciascun magistrato scrutinato, se è idoneo a funzioni direttive, se è idoneo alle funzioni giudicanti o alle requirenti o ad entrambe, ovvero alle une a preferenza delle altre”; il Decreto Legislativo 30 gennaio 2006, n. 26 (Istituzione della Scuola superiore della magistratura, nonché’ disposizioni in tema di tirocinio e formazione degli uditori giudiziari, aggiornamento professionale e formazione dei magistrati, a norma dell’articolo 1, comma 1, lettera b), della legge 25 luglio 2005, n. 150), nel testo risultante dalle modificazioni e integrazioni ad esso successivamente apportate, limitatamente alla seguente parte: art. 23, comma 1, limitatamente alle parole: “nonché’ per il passaggio dalla funzione giudicante a quella requirente e viceversa”; il Decreto Legislativo 5 aprile 2006, n. 160 (Nuova disciplina dell’accesso in magistratura, nonché’ in materia di progressione economica e di funzioni dei magistrati, a norma dell’articolo 1, comma 1, lettera a), della legge 25 luglio 2005, n. 150), nel testo risultante dalle modificazioni e integrazioni ad esso successivamente apportate, limitatamente alle seguenti parti: art. 11, comma 2, limitatamente alle parole: “riferita a periodi in cui il magistrato ha svolto funzioni giudicanti o requirenti”; art. 13, riguardo alla rubrica del medesimo, limitatamente alle parole: “e passaggio dalle funzioni giudicanti a quelle requirenti e viceversa”; art. 13, comma 1, limitatamente alle parole: “il passaggio dalle funzioni giudicanti a quelle requirenti,”; art. 13, comma 3: “3. Il passaggio da funzioni giudicanti a funzioni requirenti, e viceversa, non è consentito all’interno dello stesso distretto, né all’interno di altri distretti della stessa regione, ne’ con riferimento al capoluogo del distretto di corte di appello determinato ai sensi dell’articolo 11 del codice di procedura penale in relazione al distretto nel quale il magistrato presta servizio all’atto del mutamento di funzioni. Il passaggio di cui al presente comma può essere richiesto dall’interessato, per non più di quattro volte nell’arco dell’intera carriera, dopo aver svolto almeno cinque anni di servizio continuativo nella funzione esercitata ed è disposto a seguito di procedura concorsuale, previa partecipazione ad un corso di qualificazione professionale, e subordinatamente ad un giudizio di idoneità allo svolgimento delle diverse funzioni, espresso dal Consiglio superiore della magistratura previo parere del consiglio giudiziario. Per tale giudizio di idoneità il consiglio giudiziario deve acquisire le osservazioni del presidente della corte di appello o del procuratore generale presso la medesima corte a seconda che il magistrato eserciti funzioni giudicanti o requirenti. Il presidente della corte di appello o il procuratore generale presso la stessa corte, oltre agli elementi forniti dal capo dell’ufficio, possono acquisire anche le osservazioni del presidente del consiglio dell’ordine degli avvocati e devono indicare gli elementi di fatto sulla base dei quali hanno espresso la valutazione di idoneità. Per il passaggio dalle funzioni giudicanti di legittimità alle funzioni requirenti di legittimità, e viceversa, le disposizioni del secondo e terzo periodo si applicano sostituendo al consiglio giudiziario il Consiglio direttivo della Corte di cassazione, nonché’ sostituendo al presidente della corte d’appello e al procuratore generale presso la medesima, rispettivamente, il primo presidente della Corte di cassazione e il procuratore generale presso la medesima.”; art. 13, comma 4: “4. Ferme restando tutte le procedure previste dal comma 3, il solo divieto di passaggio da funzioni giudicanti a funzioni requirenti, e viceversa, all’interno dello stesso distretto, all’interno di altri distretti della stessa regione e con riferimento al capoluogo del distretto di corte d’appello determinato ai sensi dell’articolo 11 del codice di procedura penale in relazione al distretto nel quale il magistrato presta servizio all’atto del mutamento di funzioni, non si applica nel caso in cui il magistrato che chiede il passaggio a funzioni requirenti abbia svolto negli ultimi cinque anni funzioni esclusivamente civili o del lavoro ovvero nel caso in cui il magistrato chieda il passaggio da funzioni requirenti a funzioni giudicanti civili o del lavoro in un ufficio giudiziario diviso in sezioni, ove vi siano posti vacanti, in una sezione che tratti esclusivamente affari civili o del lavoro. Nel primo caso il magistrato non può essere destinato, neppure in qualità di sostituto, a funzioni di natura civile o miste prima del successivo trasferimento o mutamento di funzioni. Nel secondo caso il magistrato non può essere destinato, neppure in qualità di sostituto, a funzioni di natura penale o miste prima del successivo trasferimento o mutamento di funzioni. In tutti i predetti casi il tramutamento di funzioni può realizzarsi soltanto in un diverso circondario ed in una diversa provincia rispetto a quelli di provenienza. Il tramutamento di secondo grado può avvenire soltanto in un diverso distretto rispetto a quello di provenienza. La destinazione alle funzioni giudicanti civili o del lavoro del magistrato che abbia esercitato funzioni requirenti deve essere espressamente indicata nella vacanza pubblicata dal Consiglio superiore della magistratura e nel relativo provvedimento di trasferimento.”; art. 13, comma 5: “5. Per il passaggio da funzioni giudicanti a funzioni requirenti, e viceversa, l’anzianità di servizio è valutata unitamente alle attitudini specifiche desunte dalle valutazioni di professionalità periodiche.”; art. 13, comma 6: “6. Le limitazioni di cui al comma 3 non operano per il conferimento delle funzioni di legittimità di cui all’articolo 10, commi 15 e 16, nonché, limitatamente a quelle relative alla sede di destinazione, anche per le funzioni di legittimità di cui ai commi 6 e 14 dello stesso articolo 10, che comportino il mutamento da giudicante a requirente e viceversa.”; il Decreto-Legge 29 dicembre 2009 n. 193, convertito con modificazioni nella legge 22 febbraio 2010, n. 24 (Interventi urgenti in materia di funzionalità del sistema giudiziario), nel testo risultante dalle modificazioni e integrazioni ad essa successivamente apportate, limitatamente alla seguente parte: art. 3, comma 1, limitatamente alle parole: “Il trasferimento d’ufficio dei magistrati di cui al primo periodo del presente comma può essere disposto anche in deroga al divieto di passaggio da funzioni giudicanti a funzioni requirenti e viceversa, previsto dall’articolo 13, commi 3 e 4, del Decreto Legislativo 5 aprile 2006, n. 160.”?».

SPIEGAZIONE

Lo scopo di tale quesito è di non permettere più ai magistrati di cambiare le loro funzioni: a inizio carriera, quest’ultimi sceglieranno la loro funzione che sarà la medesima fino a quando saranno in servizio. Secondo i sostenitori del sì, questa separazione tra giudicanti e requirenti porterebbe ad una maggiore indipendenza, nonché ad un “sano antagonismo tra poteri e ad uno spirito corporativo tra le due figure.”

A SFAVORE DELL’ABROGAZIONE

Invece, il parere di chi è contrario all’abrogazione è anzitutto che per una svolta così importante il referendum abrogativo è inopportuno: questo tipo di modifica causerebbe un’incompatibilità con la Costituzione. Dunque, sarebbe necessario tirare in ballo la stessa Costituzione che, in tal caso, dovrebbe essere modificata. In ultimo, i sostenitori del no affermano che la magistratura debba essere un corpo unico e che, peraltro, con tale abrogazione i pubblici ministeri rimarrebbero isolati e destinati ad una dottrina dell’indagine.

QUARTO QUESITO: LIMITI AGLI ABUSI DELLA CUSTODIA CAUTELARE

La custodia cautelare è una misura cautelare (coercitiva e custodiale) a cui un imputato può essere sottoposto prima dell’emissione della sentenza. Secondo l’articolo 274 del codice di procedura penale, la custodia cautelare si può applicare solo nei seguenti casi: allorché sussista il rischio che l’imputato si dia alla fuga o, altresì, che possa inquinare le prove, nonché quando vi è il pericolo di reiterazione del reato da parte dello stesso.

QUESITO:

«Volete voi che sia abrogato il Decreto del Presidente della Repubblica 22 settembre 1988, n. 447 (Approvazione del codice di procedura penale), risultante dalle modificazioni e integrazioni successivamente apportate, limitatamente alla seguente parte: articolo 274, comma 1, lettera c), limitatamente alle parole: “o della stessa specie di quello per cui si procede. Se il pericolo riguarda la commissione di delitti della stessa specie di quello per cui si procede, le misure di custodia cautelare sono disposte soltanto se trattasi di delitti per i quali è prevista la pena della reclusione non inferiore nel massimo a quattro anni ovvero, in caso di custodia cautelare in carcere, di delitti per i quali è prevista la pena della reclusione non inferiore nel massimo a cinque anni nonché’ per il delitto di finanziamento illecito dei partiti di cui all’articolo 7 della legge 2 maggio 1974, n. 195 e successive modificazioni.”?».

SPIEGAZIONE

Ciò che viene proposto ai votanti è di abrogare l’ultima parte dell’articolo 274. In tal modo, rimarrebbe comunque la custodia cautelare per reati più gravi, ma non si avrebbe più la possibilità di richiamare il rischio di reiterazione del reato. I sostenitori dell’abrogazioneasseriscono che quest’ultima pratica sia stata troppo abusata dai giudici: ormai è diventata una “forma anticipatoria della pena”, parallelamente avversa al principio costituzionale della presunzione di non colpevolezza.

A SFAVORE DELL’ABROGAZIONE

Mentre, i sostenitori del no affermano che vi è già una sostanziale limitazione circa l’applicazione della custodia cautelare. Invero, per il rischio di reiterazione del reato, tale norma si può utilizzare meramente per reati che prevedano una pena non inferiore ai quattro anni o di almeno cinque anni per la custodia cautelare in carcere. Inoltre, come peraltro ha dichiarato a Micromega Domenico Gallo, ex magistrato e senatore di Rifondazione Comunista, tale quesito interverrebbe non solo sulle misure cautelari detentive, ma anche su quelle di tipo non detentivo quali l’allontanamento del coniuge violento dalla casa familiare o il divieto per lo stalker di avvicinarsi ai luoghi frequentati dalla persona offesa. A tal proposito, osserva sempre Galli, “l’abolizione delle misure cautelari, nel caso sussista un pericolo concreto ed attuale di reiterazione dei reati, avrebbe l’effetto di smantellare qualsiasi forma di contrasto alle attività criminali in itinere, esponendo le persone offese a rischi non altrimenti evitabili. Si pensi agli atti persecutori che possono durare all’infinito, se non viene posta nessuna limitazione alla libertà dello stalker di perseguitare la sua vittima. Si pensi a reati particolarmente odiosi come i furti in abitazione, il traffico di droga o la pornografia minorile.”

QUINTO QUESITO: ABOLIZIONE DEL DECRETO SEVERINO

Il quinto (ed ultimo) quesito riguarda l’abolizione del decreto Severino. Quest’ultimo, approvato il 31 dicembre 2012, ha preso il nome dal ministro della Giustizia del governo Monti: Paola Severino. Tale legge prevede l’incandidabilità o la decadenza dalla carica di senatori, deputati o parlamentari europei per le persone che sono state condannate in via definitiva. Infatti, i tipi di condanne che scaturiscono l’automatismo della legge sono i seguenti: reati contro la pubblica amministrazione (peculato, concussione, corruzione); reati particolarmente gravi quali mafia o terrorismo; e delitti non colposi per i quali, però, è prevista una pena di reclusione non inferiore ai quattro anni. Invece, per gli amministratori locali il decreto Severino prevede la sospensione dall’incarico anche qualora la condanna non sia definitiva, per un arco di tempo massimo di 18 mesi.

QUESITO: Volete voi che sia abrogato il Decreto Legislativo 31 dicembre 2012, n. 235 (Testo unico delle disposizioni in materia di incandidabilità e di divieto di ricoprire cariche elettive e di Governo conseguenti a sentenze definitive di condanna per delitti non colposi, a norma dell’articolo 1, comma 63, della legge 6 novembre 2012, n. 190)?.

In definitiva, il quesito propone di abrogare totalmente il decreto Severino: il fine è quello di concedere ai condannati in via definitiva, così come quelli in via non definitiva, di candidarsi o di continuare ad esercitare le funzioni della propria carica. Se il quesito venisse approvato, spetterebbe ai giudici valutare ogni singolo caso ed, eventualmente, stabilire se oltre alla condanna occorra attuare l’interdizione dai pubblici uffici.

A SFAVORE DELL’ABROGAZIONE

Ciò che asseriscono i contrari all’abrogazione è che il quesito si manifesti molto sulla questione degli amministratori locali: come ho detto in precedenza, quest’ultimi anche in caso di condanna non definitiva sono sospesi dal loro mandato. Tuttavia, sempre secondo i sostenitori del no, il quesito non riguarda l’abrogazione di questo mero aspetto. Infatti, con l’approvazione si arriverebbe all’abrogazione totale della legge Severino che rappresenta uno dei più importanti strumenti di lotta alla corruzione. A questo riguardo,  Alfonso Gianni, esponente del “Comitato per il No ai referendum sulla giustizia”, ha riferito a Pagella Politica che urge correggere la disparità tra amministratori locali e nazionali, ma “non sarebbe accettabile” cancellare l’intera legge.

CONCLUSIONE

Questi erano i cinque quesiti per cui si andrà a votare domenica 12 giugno. Mi è sembrato opportuno esporre, in tale sede, spero con la maggiore chiarezza possibile, tutti i quesiti e i possibili risvolti che avranno sul sistema giudiziario. Le incomprensioni in merito al referendum, data la sua rilevanza tecnica, sono molteplici e, alla luce di ciò, secondo un sondaggio Ipsos solo il 28% degli italiani ha affermato che si recherà sicuramente alle urne. Inoltre, un dato ancor più allarmante è che solo il 56% degli italiani è a conoscenza di un referendum sulla giustizia il 12 giugno. In un tale scenario, pare assai difficile il raggiungimento del quorum. Infatti, sebbene si voti lo stesso giorno delle elezioni amministrative in più di 900 comuni, gli italiani, o per poca conoscenza dei quesiti referendari o per semplice negligenza, non sono molto convinti di recarsi alle urne, considerando altresì che alcuni dei quesiti si andrebbero a sovrapporre alla nuova riforma della Giustizia promossa dalla ministra Cartabia. Sarebbe, quindi, vano esprimersi su questioni su cui il parlamento (che ci rappresenta) si sta già pronunciando.

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