La riforma della legge elettorale è entrata oggi nella fase più delicata del suo percorso parlamentare. L’Aula di Montecitorio ha approvato con 226 voti favorevoli, 147 contrari e tre astenuti la questione di fiducia posta dal governo sull’articolo 1 del nuovo sistema di voto, ribattezzato dai suoi detrattori “Melonellum” e ufficialmente denominato Stabilicum. Un primo passaggio superato senza sorprese, con la maggioranza compatta e tutte le opposizioni schierate contro.
Cosa cambia con la nuova legge elettorale
L’articolo appena votato riscrive le regole fondamentali per l’elezione della Camera dei deputati. Il cambiamento più evidente riguarda l’addio ai collegi uninominali previsti dall’attuale Rosatellum: al loro posto arriva un sistema proporzionale con soglia di sbarramento al 3%, corretto però da un meccanismo che consente il recupero del primo partito sotto soglia all’interno delle coalizioni. A completare l’impianto c’è un robusto premio di maggioranza riconosciuto alla coalizione che supera il 42% dei consensi.
Tra le altre caratteristiche del nuovo sistema, destinate comunque a essere votate nei prossimi giorni, figurano l’obbligo per le coalizioni di indicare un candidato premier (il cui nome, però, non comparirà sulla scheda elettorale), i capilista bloccati e la possibilità per l’elettore di esprimere fino a tre preferenze.
Una settimana scandita da tre voti di fiducia
Il percorso alla Camera è stato organizzato dal governo su un calendario molto serrato. Il ministro per i Rapporti con il Parlamento Luca Ciriani ha formalizzato la scelta di porre la fiducia su tre articoli distinti: il primo, relativo al sistema elettorale della Camera, votato oggi insieme al secondo; il terzo seguirà domani, mercoledì. Il countdown si chiuderà giovedì, quando sono previste le dichiarazioni di voto e la votazione finale sull’intero provvedimento, questa volta a scrutinio segreto.
Proprio lo scrutinio segreto rappresenta l’incognita più seria per Palazzo Chigi, perché apre la porta al rischio dei cosiddetti “franchi tiratori”. Non a caso Giorgia Meloni, nei giorni precedenti al voto, aveva lanciato un messaggio esplicito alla propria maggioranza durante il Consiglio dei ministri, chiedendo la massima disciplina e ricordando un precedente scivolone di luglio considerato una leggerezza da non ripetere. La premier ha fatto intendere con chiarezza che una bocciatura in aula avrebbe conseguenze politiche pesanti, alimentando le voci su un possibile ritorno anticipato alle urne.
Le opposizioni insorgono
Dai banchi dell’opposizione, compatta nel voto contrario, sono arrivate critiche durissime al metodo scelto dal governo. Il ricorso sistematico alla fiducia su un testo che riscrive le regole del gioco democratico viene descritto come una chiusura totale al confronto parlamentare, con accuse di voler blindare la riforma senza un reale dibattito nel merito.
Cosa succede adesso
Il testo, già passato dal Senato in seconda lettura, dovrà ora completare l’iter con i restanti due voti di fiducia e il voto finale di giovedì. Se la riforma dovesse essere confermata, il sistema elettorale italiano cambierebbe volto in vista delle prossime elezioni politiche, con conseguenze dirette sulle strategie di alleanza di tutti gli schieramenti, a partire proprio dal centrosinistra, alle prese in questi stessi giorni con le proprie tensioni interne sulla leadership del campo largo.










