“Guerra in Iran iniziata per volere di Israele”: altre grane per Trump, lascia il n.1 dell’antiterrorismo

Non posso, in coscienza, sostenere la guerra in corso. L’Iran non rappresentava alcuna minaccia imminente per la nostra nazione ed è chiaro che abbiamo iniziato questa guerra a causa delle pressioni di Israele e della sua potente lobby americana”. A scriverlo, in una lettera pubblica rivolta a Donald Trump, quello che era il suo comandante in capo, è Joe Kent. Uno di quei nomi che difficilmente si sentono ai telegiornali, ma che costituiscono l’ossatura degli apparati di sicurezza americani che tengono le fila delle grandi questioni internazionali dei nostri giorni. Le accuse sono pesanti e sono le “più alte in grado” tra quelle arrivate finora, a tre settimane dall’inizio delle operazioni israelo-americane in Iran, che hanno già portato alla morte di 13 soldati statunitensi.

Veterano di guerra in Medio Oriente con 20 anni di servizio, poi agente CIA, ma anche e soprattutto membro dei “Green Berets”, il reparto d’élite dell’esercito statunitense. E, nel secondo mandato di Trump, fino a ieri, direttore del National Counterterrorism Center. Kent era, per capirci, il più alto funzionario antiterrorismo. Un ruolo che, nel Paese delle Torri Gemelle, non è certo di secondo piano. Una vita dedicata agli apparati di sicurezza e difesa, attraversata anche da momenti delicatissimi sul piano personale: nel 2019 sua moglie, Shannon Kent, sottufficiale della Marina, viene uccisa in un attentato suicida dell’ISIS a Manbij, in Siria. L’esperienza militare si interrompe lì, ma inizia quella politica. In salita, almeno all’inizio: alle elezioni del 2022 e del 2024 si candida al Congresso per il 3º distretto di Washington, ma viene sconfitto entrambe le volte dalla stessa deputata democratica.

Riesce comunque a farsi spazio nell’inner circle MAGA, cavalcando le teorie del complotto più care al Presidente Trump: sostiene le accuse di brogli nelle elezioni del 2020, vinte da Joe Biden ma mai riconosciute dal mondo trumpiano; difende gli imputati dell’assalto al Campidoglio del 6 gennaio 2021, che è tra i primi a definire “prigionieri politici” (molti dei quali saranno poi graziati dal presidente nelle prime ore del secondo mandato). Ma non solo: si è fatto promotore dell’impeachment di Joe Biden e del suo Attorney General Garland, colpevoli di aver ordinato all’FBI di perquisire le residenze trumpiane in cerca di documenti top-secret rubati; ha fieramente rifiutato il vaccino anti Covid definendolo una “terapia genetica sperimentale”. Nel corso della sua campagna elettorale del 2022 riceve per questo il sostegno del suprematista bianco Nick Fuentes, che oggi spacca in due la base trumpiana, una parte della quale lo accusa di antisemitismo. Sempre nel 2022 Kent si fa notare anche per un controverso appoggio alla Russia di Putin, che definisce un leader che “ragionevolmente” vuole riprendersi il Donbas dall’Ucraina. Per provare ad inquadrarlo meglio, si può inserire nella lista di figure convintamente fedeli a Trump e al mondo cospirazionista che gli ruota intorno, ma che oggi non se la sentono di rinnegare quel principio di “America First” che avrebbe dovuto archiviare ogni ambizione imperialista di “Bushiana memoria“. Una ferita, quella delle guerre al terrore post-11 settembre, che resta ancora aperta in una parte radicale del mondo repubblicano. E questo vale in modo particolare per Joe Kent, che non ha mai perso occasione per ricordare di aver perso la moglie e molti amici a causa del fatto che “la nostra classe dirigente – repubblicani e democratici – ha costantemente mentito al popolo americano per tenerci impegnati in guerre all’estero“. In queste ore sono diversi i profili che rilanciano le parole isolazioniste del defunto Charlie Kirk, contrarissimo agli interventi militari americani di “esportazione della democrazia”; vi sarà capitato di ascoltarle.

Come veterano che ha partecipato a undici missioni di combattimento e come marito di una soldatessa morta in una guerra provocata da Israele, non posso sostenere l’invio della prossima generazione a combattere e morire in un conflitto che non apporta alcun beneficio al popolo americano né giustifica il costo in vite umane” prosegue la dura lettera di dimissioni.

Nonostante il commento liquidatorio del presidente (“Sono felice che sia fuori: sosteneva che l’Iran non fosse una minaccia. Era un bravo ragazzo, ma molto debole sulla sicurezza”), è evidente come la prima grande falla nell’apparato di intelligence dell’amministrazione rappresenti un serio grattacapo per Trump e per Tulsi Gabbard, ex deputata democratica convertita sulla via di Mar-a-Lago ed oggi a capo di tutte le agenzie di intelligence (la diretta superiore di Kent, per capirci). Da tempo descritta come distante dai luoghi decisionali dell’amministrazione, Gabbard non compare in alcuno degli scatti della “war room” trumpiana che ha coordinato le operazioni in Venezuela e in Iran, nonostante il ruolo delicatissimo che ricopre.

Che sia lei la prossima testa a saltare, a pochi mesi dalle decisive elezioni di metà mandato?

Jacopo Esposito

Jacopo Esposito

Studente di Scienze Internazionali e Diplomatiche all’Università di Bologna, con la passione per la politica. Editorialista di Politicare.
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