Lui è Emanuele Migliaccio

“La politica si vince sui dati, non sulle intuizioni”

Emanuele Migliaccio, spin doctor, fondatore di Liberi Network e responsabile della comunicazione dei Radicali Italiani, discute il ruolo dei dati nella comunicazione politica contemporanea, analizzando casi di studio come la Sanremo Data Room e la campagna “Nucleare Sì Grazie”.

La Data Room di Sanremo: un approccio data-driven alla cultura di massa

Il tuo recente lavoro con la Sanremo Data Room ha suscitato interesse. Puoi illustrarci la genesi e gli obiettivi del progetto?

La Data Room nasce da una logica molto semplice: noi di Liberi Network facciamo social listening professionale da tempo, costruiamo osservatori sulle conversazioni digitali per capire come si muove il sentiment pubblico attorno a temi e personaggi. A un certo punto ci siamo chiesti: perché non applicare lo stesso framework a Sanremo? In sette giorni genera più attenzione pubblica di qualsiasi campagna elettorale. E la nostra metodologia è esattamente quella giusta per leggerlo.

Con Agensocial, un’agenzia di stampa con cui abbiamo sviluppato una partnership strutturata. La Sanremo Data Room monitora tre indicatori principali: crescita dei follower degli artisti, volume delle menzioni legate al Festival e sentiment delle conversazioni digitali in Italia. I dati vengono aggregati ogni mattina in un report pronto per le redazioni.

In che modo questo progetto si inserisce nella strategia complessiva di Liberi Network?

Il social listening e la data intelligence non appartengono solo alla politica: appartengono a chiunque voglia capire cosa pensa davvero l’opinione pubblica. Sanremo è il laboratorio perfetto: pubblico enorme, emozioni fortissime, polarizzazione, momenti virali. Un eccellente banco di prova. E fa molto bene all’immagine di Liberi Network dimostrare che il nostro approccio funziona anche fuori dal recinto della politica.

Liberi Network: dall’ascolto alla strategia

Qual è la visione che ha guidato la fondazione di Liberi Network?

Liberi Network nasce dalla consapevolezza che le conversazioni digitali contengono informazione strategica di enorme valore: dati pubblici, accessibili, che aspettano solo di essere letti nel modo giusto. Ho costruito una realtà dedicata esclusivamente a questo: un presidio professionale di social listening applicato alla comunicazione politica e istituzionale, con la missione di trasformare il rumore delle conversazioni online in informazione azionabile. Un’infrastruttura analitica, non una semplice agenzia.

Un’agenzia tradizionale parte da un messaggio che vuole far passare e costruisce attorno a esso la strategia. Noi partiamo dall’ascolto: cosa stanno dicendo le persone? Quali emozioni emergono? Qual è il sentiment dominante? Solo dopo aver capito il paesaggio reale della conversazione pubblica costruiamo le raccomandazioni. La scintilla creativa e il racconto rimangono fondamentali, ma devono poggiare su dati solidi, non su intuizioni.

Quali sono le implicazioni etiche del social listening in ambito politico?

Dipende da come lo usi. Monitorare le conversazioni pubbliche per capire i bisogni reali dei cittadini, calibrare i messaggi, evitare di parlare di temi che non interessano nessuno: questo è democraticamente virtuoso. Usarlo per manipolare, creare polarizzazione artificiale, amplificare disinformazione è inaccettabile. Il confine esiste ed è chiaro. Come qualsiasi strumento potente, il social listening è neutro: dipende dal chi e dal come.

Il caso dei Radicali Italiani: una comunicazione basata sui dati

Qual era lo stato della comunicazione dei Radicali Italiani quando sei arrivato e quali sono stati gli elementi chiave della tua strategia?

Ho trovato un patrimonio ideale enorme e una presenza digitale fragile. I Radicali sono stati pionieri su temi che il resto della politica ha scoperto decenni dopo. Ma quella storia rischiava di rimanere un archivio anziché una risorsa comunicativa attiva. La comunicazione era frammentata, priva di strategia editoriale, i social usati come bacheca di comunicati stampa.

Ho costruito un ecosistema partendo da una domanda semplice: a chi vogliamo parlare, di cosa, con quale voce? Il 500% non è il risultato di un post virale: è il prodotto di un sistema che funziona ogni giorno. Ho lavorato per costruire l’identità comunicativa del presidente Matteo Hallissey, del segretario Filippo Blengino, di Debora Striani (con cui stiamo portando avanti la campagna sullo stop alla tassa etica) e degli altri protagonisti. Ogni persona ha una voce e non devi cancellarla, devi amplificarla. Il mio lavoro è capire il registro naturale di ciascuno e costruire una strategia autenticamente sua, dentro un frame condiviso. Le persone si fidano di chi percepiscono come autentico, non di chi recita un copione.

“Nucleare Sì Grazie”: un esempio di mobilitazione di massa

La campagna “Nucleare Sì Grazie” ha raggiunto risultati notevoli in tempi brevi. Qual è stata la strategia comunicativa alla base di questo successo?

Un caso da manuale di “comunicazione di mobilitazione”. Tre assi. Il primo: la credibilità del fronte promotore — Calenda, Hallissey, la Fondazione Einaudi, Luca Romano, l’Avvocato dell’Atomo, un fisico con milioni di follower capace di spiegare la scienza in modo accessibile. Il secondo: lo slogan “Nucleare? Sì Grazie” è un rovesciamento consapevole del vecchio “No Grazie” degli anni Ottanta, netto, ironico, immediatamente riconoscibile. Il terzo: il tempismo — la nostra campagna ha dato forma a un consenso che esisteva ma non aveva ancora una voce organizzata.

La firma digitale via SPID ha abbattuto la frizione storica delle raccolte firme. In 24 ore avevamo già metà del quorum, innescando un effetto notizia — “la proposta vola” — che ha accelerato tutto. La conferenza stampa alla Camera e la strategia social erano pianificate. Non era pianificata la velocità con cui siamo andati in tendenza: stavamo intercettando un bisogno diffuso di un’alternativa credibile sul tema energetico.

Il futuro della comunicazione politica

In che modo l’intelligenza artificiale sta trasformando il tuo settore?

Profondamente. I modelli di linguaggio ci permettono analisi del sentiment e identificazione di narrative emergenti con una precisione impensabile fino a tre anni fa. Nella produzione di contenuti, l’AI genera bozze, suggerisce varianti di tono, ottimizza i messaggi per le diverse piattaforme. Ma la strategia resta umana: posizionamento, tempistiche, costruzione della fiducia richiedono giudizio politico e capacità di leggere le persone. L’AI è uno strumento potente ma non è un sostituto.

Sei anche collaboratore di Forbes Next Leaders. Quanto è importante, per uno spin doctor, avere una voce pubblica propria?

È fondamentale. Su Forbes Next Leaders scrivo di reputazione e comunicazione strategica applicata a contesti diversi: università, club sportivi, aziende, CEO che diventano più riconoscibili del brand che rappresentano. Ho analizzato come le organizzazioni gestiscono, o misgestiscono, la comunicazione sotto pressione, e il tema del timing: quando una dichiarazione tardiva trasforma una crisi gestibile in un disastro d’immagine. Scrivere di questi temi mi permette di ragionare su dinamiche che affronto quotidianamente, contribuendo a un dibattito che in Italia ha ancora molto spazio per crescere.

Qual è, a tuo avviso, la competenza più carente nella comunicazione politica italiana attuale?

La capacità di ascoltare prima di parlare. La maggior parte degli apparati comunicativi opera ancora in modalità broadcast: produciamo, diffondiamo, speriamo che arrivi. Il ciclo di feedback è quasi sempre assente. Nel frattempo l’opinione pubblica si è frammentata in mille ambienti digitali distinti, con culture e linguaggi propri. Chi non li mappa in tempo reale lavora alla cieca. Il social listening non è un lusso, è infrastruttura essenziale per fare comunicazione politica seria nel 2026.

Un progetto futuro che puoi anticiparci?

Strutturare il primo osservatorio politico under 35 in Italia. Abbiamo già costruito un primo report in collaborazione con Mediatrends, presentato all’evento di Politicare a novembre 2025. L’obiettivo è renderlo strutturale: uno strumento accurato per capire come si orienta la nuova generazione politica. La politica ha bisogno di specchi più accurati. Noi vogliamo costruire lo specchio migliore sul mercato.

Un consiglio per un giovane che aspira a intraprendere questa professione?

Di studiare politica, sociologia e psicologia sociale tanto quanto studia marketing e social media. Il comunicatore politico che non capisce la struttura del potere, le logiche dei partiti, la storia delle ideologie è destinato alla superficialità. Costruisci il tuo sistema di monitoraggio fin dal primo giorno, anche con strumenti gratuiti. Impara a leggere i dati e trasformarli in storie. E soprattutto: lavora per chi credi, non per chi ti paga di più. La credibilità è il tuo capitale principale, si costruisce e si distrugge molto più in fretta di quanto pensi.

Pietro Tramontano

Pietro Tramontano

Pietro Tramontano è il fondatore di Politicare, progetto nato per offrire ai giovani un'informazione politica apartitica e neutrale. Dal 2021 guida la crescita della testata, occupandosi di strategia, eventi e community. È Amministratore Delegato di DOOR SRLS e vanta esperienze in comunicazione istituzionale — tra cui AGIS — e come responsabile comunicazione in diverse campagne elettorali. Laureato in Scienze della Comunicazione.
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