C’era una data cerchiata in rosso sul calendario di Palazzo Chigi, ed era il 22 settembre. Quel giorno l’Istat ha pubblicato l’aggiornamento dei conti pubblici e il verdetto non è quello che il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti si augurava: il rapporto tra deficit e Pil per il 2025 si è fermato al 3,1%, ancora sopra la soglia del 3% fissata dalle regole europee. Un decimale che pesa come un macigno, perché fa sfumare l’ipotesi di un’uscita anticipata dalla procedura per disavanzo eccessivo su cui l’esecutivo aveva costruito parte della propria strategia di bilancio.
Meno margini per l’ultima manovra della legislatura
Il governo si trova ora a dover scrivere quella che, salvo sorprese, sarà l’ultima legge di Bilancio prima delle elezioni politiche, e lo fa con uno spazio fiscale più stretto del previsto. Secondo le ricostruzioni circolate nei giorni scorsi, una delle opzioni sul tavolo sarebbe quella di utilizzare solo una parte dei margini disponibili legati alla clausola di salvaguardia europea: circa lo 0,2% del Pil nel 2027 e lo 0,5% nel 2028, per un valore complessivo intorno ai 17 miliardi di euro. Una soluzione prudente, che eviterebbe di sforare nuovamente i parametri Ue ma che lascerebbe comunque poche risorse aggiuntive da destinare alle misure promesse in campagna elettorale.
Non è escluso, peraltro, che l’Italia tenti la carta diplomatica: il governo potrebbe cercare una concessione dalla Commissione Europea, chiamata a confermare a novembre la permanenza del Paese nella procedura per deficit eccessivo, in uno scenario che secondo alcune fonti europee non sarebbe del tutto sfavorevole a Roma.
Il cantiere è aperto: energia, difesa e pensioni
I lavori parlamentari sulla manovra sono già partiti, e non a caso il primo terreno di confronto riguarda due voci di spesa molto delicate: energia e difesa. Il dibattito si è aperto con una risoluzione parlamentare sulla flessibilità energetica e con il confronto sullo strumento europeo Safe per il finanziamento delle spese militari. Sul fronte tecnico, il ministro Giorgetti ha già comunicato che l’Italia chiederà il massimo della flessibilità concessa per l’energia, pari allo 0,6% del Pil, mentre per la difesa la richiesta si fermerà allo 0,9% cumulato fino al 2028, ben al di sotto del tetto teorico dell’1,5% annuo consentito da Bruxelles.
Il calendario, va detto, non lascia molto respiro: il Documento di programmazione di bilancio dovrà essere inviato a Bruxelles entro il 15 ottobre, mentre il testo definitivo della manovra dovrà completare l’iter parlamentare entro fine anno.
Cosa dovrebbe restare (e cosa rischia di saltare)
Tra le misure che l’esecutivo considera intoccabili, quantomeno nelle intenzioni dichiarate, c’è la proroga della tassazione agevolata sugli aumenti salariali legati ai rinnovi contrattuali. Giorgia Meloni lo ha ribadito personalmente pochi giorni fa: durante un’intervista a Porta a Porta, la premier ha confermato l’intenzione di mantenere anche per il 2027 l’imposta sostitutiva al 5% sugli aumenti da rinnovo contrattuale, una misura che secondo i dati del ministero del Lavoro ha già coinvolto oltre 4 milioni di lavoratori. Tecnicamente, però, senza un intervento normativo ad hoc il beneficio si fermerebbe: l’agevolazione riguarda oggi gli aumenti retributivi corrisposti nel 2026 in attuazione di rinnovi sottoscritti tra il 2024 e il 2026, a patto che il reddito da lavoro dipendente del 2025 non superi i 33.000 euro, quindi per il 2027 servirà una proroga esplicita nel testo della manovra.
Sul fronte casa ed energia, si lavora a un possibile potenziamento degli incentivi per le ristrutturazioni: tra le ipotesi allo studio c’è un nuovo Ecobonus al 65%, che potrebbe essere finanziato attingendo ai margini di flessibilità di bilancio previsti per la transizione energetica, mentre resta aperto anche il capitolo della cedolare secca, che potrebbe essere estesa anche ai piccoli negozi con superficie inferiore ai 600 metri quadrati. Il bonus mobili ed elettrodomestici, invece, è destinato a scadere: la misura attuale terminerà il 31 dicembre 2026, salvo ripensamenti dell’ultim’ora.
Cosa aspettarsi nelle prossime settimane
Insomma, la sensazione è quella di un governo che deve fare i conti con margini più ristretti proprio nell’anno più delicato dal punto di vista politico. Tra il Documento programmatico di bilancio atteso a metà ottobre e il confronto con Bruxelles sulla procedura d’infrazione, le prossime settimane diranno molto di più su quali misure entreranno davvero nel testo definitivo e quali resteranno, ancora una volta, solo sulla carta.







