Questa volta a finire davanti alla Corte costituzionale non è una Regione di centrosinistra. Giovedì 5 novembre il Consiglio dei ministri ha deciso di impugnare la legge veneta sulle procedure per l’assistenza sanitaria al suicidio medicalmente assistito, e il risultato è stato un cortocircuito dentro la maggioranza, con la Lega spaccata tra Roma e Venezia.
Una prima volta per il centrodestra
Il Veneto è la prima Regione amministrata dal centrodestra ad aver approvato un testo di questo tipo. Il governo aveva già impugnato in passato le leggi analoghe di Toscana, Emilia-Romagna e Sardegna, tutte guidate dal centrosinistra, e con la stessa logica ha scelto di intervenire anche stavolta. La legge veneta era stata approvata dal Consiglio regionale il 2 settembre con 32 voti favorevoli, 14 contrari e 5 astenuti: a sostenerla era stata la Lega, che guida la Regione con il presidente Alberto Stefani, mentre si erano schierati contro Fratelli d’Italia e Futuro Nazionale.
I leghisti in Consiglio dei ministri
La decisione è arrivata al termine di una discussione tutt’altro che compatta. Il ministro per gli Affari regionali Roberto Calderoli, anche lui della Lega, ha votato contro l’impugnazione, sostenendo che il testo veneto, a differenza di quelli già portati alla Consulta, sia una norma di carattere organizzativo che si limita a indicare le procedure nel rispetto delle regole esistenti. Matteo Salvini, invece, ha scelto di non esserci: secondo quanto riferito non ha preso parte né alla discussione né al voto, lasciando la riunione prima della decisione.
Forza Italia: serve una legge nazionale
Anche l’altro grande alleato ha voluto marcare la distanza. Il vicepremier Antonio Tajani ha fatto mettere a verbale, a nome della delegazione di Forza Italia, la necessità di un intervento del Parlamento per evitare che si moltiplichino le leggi regionali e per dare attuazione alle indicazioni della Corte costituzionale. Dubbi sono emersi anche da parte della ministra dell’Università Anna Maria Bernini. Il punto debole di questa posizione è che il testo della maggioranza, con prime firme di Pierantonio Zanettin per Forza Italia e di Ignazio Zullo per Fratelli d’Italia, è fermo da tempo nelle commissioni del Senato.
La replica di Zaia
Dal Veneto è arrivata una risposta misurata ma netta. Luca Zaia, presidente del Consiglio regionale e promotore della legge, ha dichiarato di rispettare pienamente la decisione del governo, ricordando che rivolgersi alla Consulta è una prerogativa costituzionale, e ha definito legittimo l’atteggiamento dei leghisti che non hanno votato. Ma ha anche rivendicato la scelta compiuta dall’assemblea regionale, che lui stesso aveva sostenuto, e ha spostato il problema altrove: il vero nodo, a suo giudizio, è un vuoto legislativo nazionale che nessuna maggioranza ha colmato in tanti anni.
Cosa succede adesso
La parola passa alla Corte costituzionale, che dovrà stabilire se la norma veneta rispetti il riparto di competenze tra Stato e Regioni. Intanto la vicenda ha già prodotto un effetto politico: ha portato il tema del fine vita dentro il governo, mettendo a nudo le differenze tra Fratelli d’Italia, Forza Italia e una Lega divisa. Finché il Parlamento non approverà una legge nazionale, ogni nuova norma regionale rischia di replicare lo stesso copione.










