Ue e Ucraina contro Ungheria. Il potere di veto che rallenta l’Europa

Negli ultimi giorni l’Ucraina è stata al centro di discussioni e tensioni in Europa. Per riassumere brevemente il punto principale, l’Ucraina continua ad affrontare attacchi dalla Russia e sono diversi i paesi europei, e con questi la Commissione europea insieme a una buona parte di Parlamento europeo, che spingono affinché il paese riceva nuovi aiuti. Le città ucraine vengono bombardate ogni giorno, solo tra lunedì e martedì scorso, le autorità ucraine hanno registrato quasi 400 droni e 23 missili lanciati dalla Russia in una delle più grandi ondate di attacchi delle ultime settimane. Questo martedì, il centro storico di Leopoli, città dell’Ucraina occidentale, è stato colpito da diversi droni russi, danneggiando il Monastero Bernardino, patrimonio mondiale dell’UNESCO. È evidente che i recenti avvenimenti in Medio Oriente non hanno fermato il Cremlino, le cui autorità hanno condannato l’attacco statunitense contro l’alleato iraniano invocando, in maniera abbastanza ironica, la legge internazionale. 

Giovedì 19 marzo il Consiglio europeo, ovvero quell’istituzione dell’Ue dove i 27 capi di governo dei Paesi membri si incontrano per prendere le decisioni considerate “di portata storica”, ha discusso e tentato di sbloccare un pacchetto di aiuti all’Ucraina da 90 miliardi di euro, configurato come un prestito europeo per il biennio 2026-2027. Tuttavia, la proposta è stata fermata da Ungheria e Slovacchia, che hanno esercitato il proprio potere di veto. Infatti, in Consiglio europeo, per approvare qualsiasi tipo di decisione, non è sufficiente né una maggioranza qualificata né una semplice, ma viene richiesta l’unanimità, che quindi conferisce potere di veto a tutti i paesi. E questo potere è stato esercitato proprio giovedì, quando appunto Viktor Orbán e Robert Fico, rispettivamente capi di governo di Ungheria e Slovacchia, non hanno sostenuto il pacchetto di aiuti all’Ucraina, lasciando il testo appoggiato dai rimanenti 25 governi.

Questa dinamica di potere è da anni oggetto di discussione. La domanda è semplice: è giusto che un paese abbia il potere di rallentare, se non fermare interamente, decisioni di portata storica, che spesso richiedono rapidità affinché siano efficaci?

In più, è interessante, e allo stesso tempo necessario, chiedersi come queste dinamiche istituzionali siano a loro volta influenzate dalla politica interna. L’Ungheria da anni ha posizioni spiccatamente euroscettiche, e viene riconosciuta come un paese particolarmente vicino alla Russia. In questo, ad esempio, si differenzia la Polonia, la quale nonostante abbia spesso ed esplicitamente condiviso posizioni euroscettiche con l’Ungheria, ha sempre fortemente sostenuto l’Ucraina e condannato l’invasione criminale russa. Questo Consiglio europeo però è diverso dai precedenti per il leader ungherese. Infatti, il 12 aprile 2026 si terranno le elezioni parlamentari in Ungheria e, dopo anni di primato del partito di Orbán Fidesz, al momento i sondaggi danno in vantaggio il partito d’opposizione Tisza, guidato da Péter Magyar. E la campagna condotta da Fidesz si sta basando in larga misura sull’opposizione agli aiuti destinati all’Ucraina, descrivendo Zelenskyy e il suo governo come responsabili di una sottrazione indebita di risorse economiche. Le città ungheresi sono infatti, ormai da settimane, tappezzate di poster che raffigurano Zelenskyy, spesso a fianco della Presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, in una rappresentazione volta ad associare il sostegno europeo a Kyiv a un danno diretto per i cittadini ungheresi.

In più, le elezioni in Ungheria portano, come sempre, molta attenzione sulle possibili interferenze russe, che da anni influenzano campagne elettorali in tutta Europa. E non solo l’Ungheria e il partito di Orbán sono accusati di ambiguità nei confronti di Mosca, ma in questi giorni il ministro degli Esteri ungherese Péter Szijjártó avrebbe avuto, secondo un’indagine del Washington Post, regolari contatti con il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov durante riunioni riservate dell’Ue. Che tra Ungheria e Russia ci fossero rapporti non è mai stato un gran segreto, dal momento che l’Ungheria continua a importare grandi volumi di combustibili fossili dalla Russia, nonostante gli sforzi degli altri paesi europei volti a ridurre la propria dipendenza energetica da Mosca. Proprio il contenzioso sulle forniture attraverso l’oleodotto Druzhba è stato usato da Orbán come giustificazione politica per bloccare il prestito europeo a Kyiv.

Nonostante il pacchetto di aiuti all’Ucraina sia bloccato politicamente dal veto imposto da Ungheria e Slovacchia, le istituzioni europee continuano a trattarlo come un obiettivo da portare a termine. Nelle conclusioni del 19 marzo il Consiglio europeo ha ribadito il sostegno al prestito e ha indicato come traguardo l’inizio di aprile 2026 per la prima erogazione. 

Dunque è chiara la contrapposizione tra ciò che è stato effettivamente deciso al Consiglio europeo e ciò che invece l’Ue si è data come obiettivo. È anche chiaro che queste dinamiche istituzionali rallentano i processi di decisione, e il fatto che ciò accada proprio nell’istituzione dove i capi di governo sono chiamati a prendere decisioni storiche non dona un’immagine di centralità strategica all’Ue.

Se, nel corso degli anni, 27 stati hanno deciso di allearsi in un’unione che viene definita sui generis, in quanto unica al mondo per forma, struttura e livello di integrazione politica, allora è legittimo e doveroso chiedersi se un sistema decisionale fondato, in passaggi cruciali, sull’unanimità sia adeguato alle sfide del presente. Se l’Ue vuole, e anzi forse necessita, di diventare prima giocatrice e poi idealmente protagonista delle dinamiche internazionali, ha prima di tutto bisogno di un sistema istituzionale efficiente che garantisca prontezza e stabilità. Questo non può essere influenzato da dinamiche interne e propagandistiche. L’Ue rimane uno dei sistemi istituzionali e governativi più complessi al mondo ma potrebbe, per iniziare, riportare le discussioni e l’attenzione sul tema dell’unanimità. Il problema, forse, è che questo porterebbe a un’altra grande domanda che in tanti hanno paura a chiedersi: a cosa e soprattutto a chi siamo disposti a rinunciare per la forza della nostra unione? 

Cecilia Ferrari

Cecilia Ferrari

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