Tutti i fuorisede sono uguali, ma alcuni fuorisede sono più uguali di altri

Da anni, ogni volta che l’Italia e i suoi cittadini sono chiamati a votare, il Parlamento deve votare per garantire la possibilità ai fuorisede di votare dal loro comune di domicilio. È successo anche questo febbraio, quando Camera e Senato hanno respinto gli emendamenti al decreto legge Elezioni, così obbligando i fuorisede italiani a tornare nel proprio comune di residenza per esprimere il loro voto sul Referendum sulla Giustizia del 22 e 23 marzo. Il governo ha giustificato questa decisione sostenendo che purtroppo era stata dettata da questioni tecniche e mancanza di tempo per un’adeguata preparazione.

Questa decisione porta a un impatto sui 590 mila studenti fuorisede in Italia. Se consideriamo anche i lavoratori, si arriva a un totale di quasi 5 milioni di cittadini. 5 milioni di cittadini che, per esercitare il proprio diritto, ma anche dovere, di votare, si sono visti e vedranno anche a queste elezioni a dover pagare trasporti, chiedere permessi e dover riorganizzare le proprie giornate.

I costi per tornare nel proprio comune di residenza variano moltissimo, i picchi piu alti vengono registrati per quei cittadini che devono spostarsi dai centri del Nord Italia verso il Sud, specialmente verso le isole.

Trenitalia, Italo e ITA Airways hanno previsto delle offerte in vista del Referendum del 22 e 23 marzo. Tuttavia, ciò non toglie che i prezzi osservati rimangano estremamente alti, soprattutto per studenti che, in linea di massima, non possono contare su uno stipendio fisso. Il Corriere del Mezzogiorno ha riportato il caso di Milano-Bari, dove per l’andata la media di prezzo va dai 100 ai 212 euro, mentre per il ritorno dai 100 ai 190. Insomma, ormai sappiamo che il voto per i fuorisede rappresenta una necessità che viene ignorata da troppo tempo.

Tuttavia, vi è una notevole eccezione di cui il dibattito pubblico sembra non essersi interessato. Se ai fuorisede in Italia non è permesso votare dai comuni dove dociliano, la stessa regola non si applica ai fuorisede all’estero.

Naturalmente, gli italiani iscritti all’AIRE, ovvero l’Anagrafe degli Italiani residenti all’Estero, hanno sempre la possibilità di votare dal loro paese di residenza, rivolgendosi all’ambasciata o al consolato competenti. d’altronde, questi cittadini italiani non hanno una residenza in Italia e, dunque, non avrebbero un comune di residenza a cui fare riferimento.

Eppure oggi sono tantissimi gli italiani che, per diversi motivi, si trovano all’estero temporaneamente. Di solito è per motivi di studio, lavoro o salute. Secondo i dati di Erudera, nel 2024 vi erano già oltre 77 mila studenti italiani che avevano deciso di continuare i propri studi all’estero. E tra questi non sono contanti gli studenti Erasmus, ma solo studenti iscritti a una triennale o magistrale in un’università straniera. La maggior parte di loro si trova in Europa, ma tanti scelgono anche Stati Uniti e Canada.

Possiamo solo immaginare quanto costerebbe a questi studenti tornare al proprio comune di residenza per esprimere il proprio voto. Tuttavia, per fortuna ma paradossalmente, per loro non vi è bisogno di pensare a questi costi. Infatti, a tutti gli italiani temporaneamente all’estero, è sempre consentito di votare con modalità simili a quelle usate dagli italiani iscritti all’AIRE. La grande differenza con gli studenti fuorisede in Italia è che, a differenza del loro caso, il voto agli italiani temporaneamente all’estero è sempre garantito e il Parlamento non viene chiamato a votare ogni volta per dare loro questa possibilità. Questo avviene grazie all’articolo 4-bis, comma 1 della legge n. 459 del 27 dicembre 2001. In più, il voto non viene garantito solo agli italiani che appunto si trovano all’estero per brevi periodi, ma anche ai loro familiari di nazionalità italiana con loro conviventi.

Il paradosso è evidente: mentre lo Stato riconosce da tempo la necessità di garantire il voto agli italiani temporaneamente all’estero, continua a non offrire una soluzione stabile a milioni di cittadini che vivono lontano dal proprio comune di residenza ma restano entro i confini nazionali. In questo squilibrio si misura una contraddizione, che finisce per rendere il diritto di voto meno accessibile a un’ampia parte della nostra società. Sentiamo così spesso dire che i giovani non si interessano alla politica e alle questioni sociali, eppure quando questi chiedono e anzi giustamente pretendono che la loro situazione sia considerata, si registra un’ostinazione a ignorarli. Se lo Stato riconosce che chi si trova temporaneamente all’estero debba essere messo nelle condizioni di votare, è difficile giustificare perché lo stesso principio non valga per chi studia, lavora o si cura lontano dal proprio comune, ma sempre in Italia. La possibilità di voto per i fuorisede all’estero mostra come non si possa dare la colpa alle tecnicità e alle tempistiche, ma solo alla volontà di assicurare un diritto a tutte le cittadine e i cittadini del nostro Paese.

Cecilia Ferrari

Cecilia Ferrari

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