C’è una cosa sicura. Il Paese dovrà aspettare almeno venti anni per riavere tra le mani una nuova riforma costituzionale.
Dovremmo fermarci un attimo e chiederci qual è il vero motivo di questo immobilismo. Non voglio dare un giudizio sul merito dell’ultima riforma di cui tanto si è parlato, accompagnata da toni più che accesi e, a tratti, inaccettabili per un Paese civile.
La vera domanda è un’altra. Perché l’Italia è un Paese che da decenni non riesce a riformare la Costituzione nella sua struttura portante?
La Costituzione più bella del mondo
È vero, e lo ribadisco con convinzione: la nostra è la Costituzione più bella del mondo. Ma è pur vero che questo testo meraviglioso ha quasi ottant’anni e che sono stati gli stessi padri costituenti a ipotizzare, fin dal primo giorno, la necessità di aggiornarla. Hanno persino scritto le regole per farlo: Se in Parlamento si trovano i due terzi dei voti, la riforma passa direttamente e nessuno può fermarla. Se invece quella soglia non si raggiunge, allora e solo allora entra in gioco il referendum popolare, quello strumento che abbiamo applicato proprio in questo weekend.
Come dicevo, il mio non vuole essere un giudizio sulla riforma in sé, né sull’attuale esecutivo. Pensiamo, piuttosto, alle tantissime proposte che si sono susseguite negli ultimi cinquant’anni. Da sinistra a destra, i tentativi di modernizzare la macchina dello Stato e, soprattutto, la Giustizia, sono stati innumerevoli.
Non è la prima volta
Pensiamo all’assetto del governo. Ci ha provato la Commissione Bozzi negli anni ’80, la Bicamerale di D’Alema nel ’97, fino ad arrivare alla “devolution” di Berlusconi e alla riforma di Renzi, entrambe bocciate sonoramente dalle urne. Ma pensiamo anche alla Giustizia, il vero nervo scoperto del Paese. Quante volte abbiamo sentito parlare di separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri? Ci provò Vassalli nell’88 introducendo il rito accusatorio, ci ha riprovato la Bicamerale D’Alema, poi le riforme Castelli e Mastella nei primi anni Duemila, fino ai tentativi più recenti della Cartabia e, oggi, di Nordio e Meloni. Insomma, da Craxi a D’Alema, da Berlusconi a Prodi, fino all’attuale governo, tutti in qualche modo hanno provato a immaginare un assetto diverso rispetto a quello che c’è ora. Tutti si sono resi conto che il motore andava aggiornato.
Eppure, si dice sempre che quando si tocca la Costituzione, la si debba toccare “tutti insieme”. Ma, guardando alla nostra storia recente, è davvero possibile questo in Italia?
Questa domanda, forse un po’ retorica, ci interroga profondamente sul metodo utilizzato per portare avanti quest’ultima proposta, duramente criticata dalle opposizioni. Un metodo che ha visto il Governo Meloni, forte dei suoi numeri, blindare la riforma in Parlamento e rimetterne l’esito finale nelle mani dei cittadini. Una scelta legittima, certo, ma che inevitabilmente spacca il Paese a metà.
Andando alla radice del problema, chiedo a voi che leggete… siamo tutti d’accordo che ci sia qualcosa da cambiare nell’architettura dello Stato e nei tribunali? Siamo d’accordo con tutti quei leader che, per mezzo secolo, hanno provato a sbloccare il sistema?
Stiamo utilizzando il metodo più efficace?
Perché se siamo d’accordo sulla necessità di un cambiamento, forse stavolta potremmo impegnarci tutti insieme per deporre le armi della polarizzazione, dell’ideologia e dell’estremismo. Fare, per una volta, il bene del Paese e non della propria curva di tifosi o del proprio partito. Immaginare un metodo alternativo, magari un tavolo realmente condiviso, che possa concentrarsi sui punti chiave di cui l’Italia ha disperatamente bisogno. Serve riequilibrarsi in una società che è profondamente mutata, e che fatica sempre di più a tenere il passo con i Paesi europei che la circondano, molto più snelli e veloci nelle decisioni.
Eppure, a pensarci bene, scusate. Dimenticavo che, in realtà, una volta siamo riusciti a modificarla in modo netto, la Costituzione. È successo nell’unica occasione in cui si è votato contro qualcosa o contro qualcuno. Quando ci siamo dovuti riunire per gridare alla politica che i parlamentari erano troppi, che non servivano a nulla, che era il momento di tagliarne il numero per punire la “casta”. In quel caso, l’accordo si è trovato in fretta. Quando si tratta di distruggere o tagliare, siamo tutti d’accordo. Quando si tratta di costruire una visione di futuro, ci fermiamo.
Cosa augurarci
L’auspicio, in conclusione, è quello di vedere crescere una generazione sempre più consapevole e informata. Una classe dirigente e un elettorato che si confrontino sempre più sui temi concreti, su come far funzionare la macchina e garantire una giustizia equa, e sempre meno sulle ideologie del secolo scorso.
Ma questo, guardando al dibattito di oggi, forse è solo un auspicio vano.







