L’Istat ha rivisto leggermente al ribasso la stima sull’inflazione di aprile, offrendo un quadro un po’ più preciso ma non meno preoccupante per famiglie e imprese. L’indice nazionale dei prezzi al consumo per l’intera collettività, al lordo dei tabacchi, segna un aumento dell’1,1% su base mensile e del 2,7% su base annua, contro il 2,8% indicato nella prima lettura. Un ritocco minimo, certo, ma sufficiente a confermare che il tema del caro vita resta tutt’altro che chiuso.
A pesare sull’andamento dei prezzi sono soprattutto gli energetici e gli alimentari freschi, che tornano a imprimere una spinta evidente all’inflazione. Nel dettaglio, l’accelerazione più netta riguarda i beni energetici non regolamentati, passati da terreno negativo a un aumento significativo, insieme ai prezzi regolamentati e agli alimentari non lavorati, che continuano a farsi sentire nel carrello della spesa. È proprio qui che molti consumatori percepiscono con più forza la pressione dei rincari, perché si tratta di voci che entrano nella spesa quotidiana in modo diretto e costante.
Più sfumato il quadro dei servizi, dove si intravede un rallentamento in alcune categorie come quelle ricreative, culturali e legate alla cura della persona, oltre ai servizi di trasporto. Questo contribuisce a contenere in parte la crescita complessiva dei prezzi, ma non abbastanza da invertire la tendenza generale. Il risultato è un’inflazione che si mantiene su livelli ancora elevati, pur con segnali diversi a seconda dei comparti economici.
Un passaggio importante riguarda l’inflazione di fondo, cioè quella depurata dalle componenti più volatili come energia e alimentari freschi. Ad aprile questo indicatore scende al +1,6%, dal +1,9% del mese precedente, segnalando che le pressioni più strutturali si stanno attenuando. È un dato utile perché aiuta a distinguere gli effetti temporanei da quelli più duraturi, ma non basta a cancellare l’impatto che i rincari continuano ad avere sulla vita quotidiana.
Interessante anche il cambio di passo tra beni e servizi. I beni accelerano in modo marcato, mentre i servizi rallentano, tanto che il differenziale tra i due comparti diventa negativo. È un segnale che racconta bene la fase attuale: dopo mesi in cui erano soprattutto i servizi a spingere l’indice generale, ora la pressione si sposta di nuovo sui beni, con particolare evidenza per quelli di uso più frequente.
Sul fronte dei dati complementari, l’Istat segnala che l’indice armonizzato dei prezzi al consumo, l’IPCA, cresce del 2,8% su base annua, mentre il FOI, cioè l’indice per le famiglie di operai e impiegati, registra un aumento del 2,6%. Numeri che confermano un quadro coerente: l’inflazione non sta esplodendo, ma continua a restare abbastanza alta da incidere sui bilanci familiari e sulle scelte di consumo.
Aprile non porta una svolta, ma una fotografia più nitida di una fase ancora delicata. L’inflazione rallenta solo in parte e resta sostenuta da fattori concreti, soprattutto energia e alimentari, che continuano a pesare più di altri capitoli di spesa. Per chi fa la spesa ogni settimana, la sensazione è semplice: i prezzi non corrono come nei momenti peggiori, ma non sono nemmeno tornati su livelli rassicuranti.







