Lui è Andrea Borello

Andrea, partigiano nell’era dei social, spazia dalla divulgazione storica con Nova Lectio all’impegno politico attivo, fino al ruolo di Digital Campaigner.

La polarizzazione come strumento di attivismo

Andrea, ti definisci un “partigiano nell’era dei social” e il tuo percorso spazia dalla divulgazione storica con Nova Lectio all’impegno politico attivo, fino al ruolo di Digital Campaigner. Spesso i tuoi contenuti prendono posizioni nette, generando dibattiti accesi. Ritieni che la polarizzazione sia uno strumento consapevole e necessario per fare attivismo oggi, o c’è il rischio che la ricerca dell’ingaggio “clickbait” prevalga sulla complessità dei temi trattati?

Purtroppo, nella nostra società la polarizzazione è uno strumento vincente, che si tratti di campagne elettorali o di visualizzazioni sui social network. La destra, prima degli Stati Uniti e poi anche in Europa ha capito questa cosa almeno 10 anni fa, e ora il centro sinistra – con più difficoltà – sta cercando di polarizzare in senso opposto per creare gli stessi livelli di coinvolgimento. Questo è un meccanismo non solo malato, ma anche molto artificiale, perché inevitabilmente, quando i partiti arrivano a governare, per portare a casa dei risultati devono scendere a compromessi, tradendo le promesse polarizzate che avevano fatto in campagna elettorale. Sui social questo non avviene, il compromesso non è mai necessario, ma il meccanismo resta malato. Per cui sono vere entrambe le affermazioni: la polarizzazione da un lato è necessaria e naturale, dall’altro rischia di creare contenuti clickbait ma sterili e privi di un reale impatto politico.

La sfida è sfruttare il sensazionale e il polarizzante in apertura dei contenuti, per coinvolgere anche emotivamente chi li incontra, ma poi andare oltre, più in profondità, nella parte più divulgativa, per accompagnare lo stesso utente a prendere una posizione di accordo o disaccordo nel modo il più razionale e consapevole possibile.

Certamente non è facile trovare un equilibrio: è un dilemma che dovremmo porci tutti quanti molto più spesso.

Partiti tradizionali e attivismo digitale: un rapporto necessario

A soli 25 anni hai un curriculum che unisce un forte impegno istituzionale – dal “Premio Cittadino Europeo 2021” alla militanza politica attiva – e una presenza digitale capillare. In un’epoca in cui molti tuoi coetanei vivono la politica con disillusione e preferiscono l’attivismo sui social o nelle piazze, qual è per te il rapporto tra la militanza all’interno di un partito tradizionale e l’attivismo digitale? Pensi che i partiti siano ancora lo strumento migliore per cambiare le cose?

Forse i partiti non sono lo strumento migliore, ma certamente sono l’unico che abbiamo a disposizione. Mi spiego. Con Fridays For Future, il 15 marzo 2019 – completamente a sorpresa – abbiamo portato in piazza 30mila persone solo a Torino, centinaia di migliaia in Italia. Quelle piazze hanno avuto il grande merito di portare la crisi climatica sulle prime pagine dei giornali, ma non sono riuscite a tradursi in leggi dello Stato finalizzate ad azzerare le emissioni. Un discorso simile vale per i social. Tutto quello che è attivismo ha il grande merito di portare le persone a impegnarsi e a schierarsi su dei temi, almeno per un certo periodo di tempo, ma poi è fondamentale che ci sia qualcuno all’interno dei partiti e delle istituzioni parlamentari pronto a fare la seconda parte della staffetta.

Altrimenti, le voci dell’attivismo di piazza o sui social, restano voci al vento.

Ecologismo di protesta o di governo? La sfida della transizione energetica

Sei stato tra i fondatori di Fridays For Future a Torino e oggi guidi campagne digitali su temi cruciali come la transizione energetica (penso alla campagna #chiudiamocolgas). L’attivismo climatico è spesso accusato di essere troppo allarmista o, al contrario, di non riuscire a incidere sulle agende dei governi. Qual è la tua visione per un ecologismo che sia non solo di protesta, ma capace di tradursi in politiche pubbliche concrete e socialmente sostenibili?

Un grande sociologo, Anthony Giddens, scriveva che il genere umano non riesce a preoccuparsi di minacce di cui non vede materialmente danni corrispondenti. Il cambiamento climatico è la dimostrazione empirica di questa teoria. Nonostante l’innegabile intensificarsi di eventi climatici estremi, alla generazione che ci governa la crisi climatica sembra ancora lontana. Mentre le persone comuni spesso hanno problemi molto più immediati da fronteggiare. È difficile pensare alla fine del mondo quando si fatica ad arrivare alla fine del mese.

Le forze di centro sinistra dovrebbero insistere maggiormente sugli enormi vantaggi che comporterebbe la transizione energetica, dalla creazione di nuovi posti di lavoro, alla riduzione del costo dell’energia, fino ad una maggiore indipendenza geopolitica, che ci liberi finalmente dall’andamento dei prezzi del petrolio.

Esempi come quello della Spagna sono molto virtuosi.

Il campo largo: l’unica alternativa credibile

Hai esultato pubblicamente per la vittoria del “NO” al recente referendum sulla giustizia, invitando a tenere gli occhi aperti in vista delle elezioni del 2027 e taggando leader come Schlein, Conte, Bonelli e Fratoianni. Ritieni che la costruzione di un “campo largo” strutturato e coeso sia l’unica alternativa credibile all’attuale governo di centrodestra? Quali dovrebbero essere, a tuo avviso, i punti fermi e irrinunciabili di questa alleanza?

Assolutamente sì, il campo largo è l’unica alternativa credibile (oltre che l’unica alternativa in generale, matematicamente parlando). Gli accordi devono essere però molto chiari, e devono essere fatti prima delle elezioni, altrimenti si rischia l’ennesimo governo che dura mezza legislatura. Tra i punti fermi devono assolutamente esserci il salario minimo per tutti i lavoratori, la transizione energetica, gli investimenti sui servizi (sanità, trasporti) e sull’istruzione. Sarebbe anche necessario costruire delle politiche serie sull’accoglienza e la gestione dei flussi migratori e della sicurezza – temi questi che negli anni sono stati completamente abbandonati alla destra.

Visti i tempi, sarebbe fondamentale una sintesi comune per quanto riguarda le politiche della difesa, che preveda un riarmo europeo (e non degli Stati nazionali) finalizzato alla costituzione di un esercito comune. Più problematico per il Movimento Cinque Stelle – il sostegno all’Ucraina previsto dai nostri impegni internazionali.

Sulla maggior parte delle questioni, dal voto ai fuori sede al supporto alla Palestina (etc…), per fortuna, il campo largo è molto coeso.

Disinformazione e geopolitica: il ruolo dei creator

Il tuo lavoro di divulgatore ti porta spesso ad affrontare temi complessi di geopolitica internazionale, in un’epoca segnata da conflitti drammatici come quelli in Ucraina e in Medio Oriente. Come si combatte la disinformazione e la semplificazione estrema che spesso dominano i social media quando si parla di politica estera, e qual è il ruolo dei creator nel fornire strumenti di comprensione critica alle nuove generazioni?

Secondo me, la chiave è riuscire ad essere semplici senza essere semplicistici. Bisogna accettare che un video di 90 secondi non può essere dettagliato come un libro universitario. So che sembra banale, ma – a leggere i commenti di alcuni contenuti – spesso non lo è. Detto ciò, il lavoro poi è duplice. C’è una prima parte di svisceramento della complessità, di inquadramento storico, di racconto di come sono andati gli eventi. E poi c’è una seconda parte di interpretazione, in cui il creatore lascia emergere in modo trasparente una sua visione dei fatti, che può essere condivisa o meno.

La distinzione però deve essere sempre molto chiara, perché presentare la propria interpretazione come verità fattuale rischia di trasformarsi in disinformazione.

Il modello Barbero: semplificare senza essere semplicistici

Per concludere, guardando al vasto panorama dell’attivismo e della divulgazione digitale in Italia, c’è un content creator, un giornalista o un esponente politico che stimi particolarmente per la sua capacità di comunicare e per le battaglie che porta avanti?

La verità è che ce ne sono tantissimi. Tra i tanti, però – sarà perché abbiamo fatto lo stesso Liceo – vorrei citare Alessandro Barbero. Perché Barbero riesce a fare tutte le cose di cui ho parlato prima. È espertissimo nella sua materia, la storia, la semplifica e grazie ad essa dà una sua interpretazione del presente, che è chiaro che è di parte, ma proprio per l’autorevolezza e i toni caldi ma mai scomposti di Barbero, diventa molto credibile.

Pietro Tramontano

Pietro Tramontano

Pietro Tramontano è il fondatore di Politicare, progetto nato per offrire ai giovani un'informazione politica apartitica e neutrale. Dal 2021 guida la crescita della testata, occupandosi di strategia, eventi e community. È Amministratore Delegato di DOOR SRLS e vanta esperienze in comunicazione istituzionale — tra cui AGIS — e come responsabile comunicazione in diverse campagne elettorali. Laureato in Scienze della Comunicazione.
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