Norma anti maranza: cosa cambia (davvero) per chi ha meno di 18 anni

Se negli ultimi giorni ti è capitato di scrollare il feed e incrociare la parola “maranza” accostata a “legge” o “governo”, non è un meme mal riuscito: è successo davvero. Il Consiglio dei ministri ha dato il via libera a un disegno di legge che riscrive le regole sulla responsabilità penale dei minorenni, e il soprannome con cui è già stato ribattezzato — norma “anti maranza” — la dice lunga sul clima in cui è nata.


Partiamo dai fatti: cosa prevede


Il cuore del provvedimento è un piccolo ma pesante cambiamento all’articolo 98 del Codice penale, quello che regola l’imputabilità dei ragazzi tra i 14 e i 18 anni.
Fino a oggi funzionava così: un minore in quella fascia d’età viene considerato penalmente responsabile solo se un giudice accerta, caso per caso, che al momento del reato fosse effettivamente capace di intendere e di volere. In pratica, si parte dal presupposto che non lo sia, e serve una prova per dimostrare il contrario.


Con la nuova norma il meccanismo si ribalta. La capacità di intendere e di volere viene presunta di default, salvo prova contraria. Cambia quindi chi deve dimostrare cosa: non è più l’accusa a dover provare che il ragazzo era consapevole, ma è la difesa a dover eventualmente dimostrare che non lo era.


Attenzione però a un paio di cose che spesso si confondono nei titoli:
• L’età minima per essere imputabili resta 14 anni, non si abbassa.
• Le pene non diventano più severe in astratto: resta la diminuzione di pena prevista per i minori.
• Quello che cambia è solo il criterio con cui si stabilisce, processo per processo, se un ragazzo può essere giudicato responsabile.


Il provvedimento si inserisce in un pacchetto più ampio sulla sicurezza che negli ultimi mesi ha introdotto anche altre misure pensate per le baby gang: l’arresto per i minorenni trovati con un’arma, regole più strette sulla vendita e il possesso di coltelli, il divieto di aggregazione per chi ha già precedenti, e l’estensione del fermo preventivo. Il testo dovrà ora passare dal Parlamento, dove il confronto si preannuncia tutt’altro che tranquillo.


Perché si chiama “anti maranza”


Il nome informale nasce dal contesto: negli ultimi mesi il dibattito pubblico si è concentrato su episodi di risse di gruppo, aggressioni e atti vandalici legati a gruppi giovanili nelle grandi città, fenomeno che nel linguaggio comune (soprattutto social) viene etichettato con il termine “maranza”. Il governo ha cavalcato quell’etichetta per presentare la norma come una risposta diretta a quel tipo di episodi, anche se sulla carta il testo parla in modo neutro di “imputabilità dei minori”.


Cosa dice chi ha scritto la norma


Giorgia Meloni ha affidato il commento a un video sui social, sintetizzando la filosofia del provvedimento con una frase diventata rapidamente virale: prima si presumeva l’incapacità, ora si presume la responsabilità. La premier ha insistito sul fatto che chi commette un reato deve risponderne “anche se ha 15 o 16 anni”, ma ha anche provato a smorzare l’immagine di un intervento puramente repressivo, ammettendo che la sola norma non basta a risolvere il problema e che serve lavorare anche su prevenzione e recupero sociale.


Sulla stessa linea si è mosso il Guardasigilli, che ha tenuto a precisare la natura tecnica della modifica: si tratta di una presunzione “relativa”, cioè superabile con prove, non “assoluta”. Un modo per rispondere a chi accusa il governo di trattare i minorenni come piccoli adulti a prescindere dalle circostanze.


Anche dentro la maggioranza, però, non tutti amano l’etichetta: la Lega ha sposato il contenuto della norma ma ha preso le distanze proprio dal soprannome “anti maranza”, ritenuto forse troppo colloquiale per un intervento di questo peso.


Le critiche dell’opposizione


Sul fronte opposto, le reazioni sono state dure e pressoché unanimi nel bocciare l’impostazione del provvedimento.
Il Partito Democratico, con la segretaria Elly Schlein, ha parlato apertamente di propaganda, sostenendo che il governo preferisca intervenire con misure repressive piuttosto che affrontare le cause reali del disagio giovanile. Sulla stessa linea si sono espressi altri esponenti dem, secondo cui la norma rischierebbe di etichettare in blocco un’intera generazione senza distinguere tra episodi diversi tra loro.
Il Movimento 5 Stelle, con Giuseppe Conte, ha scelto un registro più tagliente, usando l’ironia per contestare la coerenza del governo sul tema della responsabilità personale. Critico anche il fronte ambientalista di Alleanza Verdi e Sinistra, secondo cui l’ennesima stretta sulla sicurezza dimostrerebbe semmai il fallimento delle misure già adottate in passato contro la criminalità minorile.


Non sono mancate voci critiche anche fuori dal Parlamento: tra magistratura minorile, giuristi e operatori sociali che lavorano ogni giorno con adolescenti, il timore condiviso è che trattare i minori “come adulti in miniatura” rischi di far perdere di vista percorsi di crescita, maturità reale e il contesto familiare e sociale da cui spesso nascono i comportamenti più violenti.


Perché la cosa ti riguarda, anche se hai più di 18 anni


Anche se la norma parla di under 18, il dibattito che ha aperto tocca temi che riguardano chiunque sia cresciuto — o stia crescendo — dentro il racconto mediatico sulle baby gang: quanto la generazione Z viene rappresentata come un problema di ordine pubblico piuttosto che come una generazione con fragilità specifiche; quanto un’etichetta social come “maranza” può finire dentro un testo di legge; e quanto, alla fine, la sicurezza urbana si costruisca più con norme penali o con investimenti su scuola, territorio e servizi sociali. Sono domande che il Parlamento dovrà affrontare nei prossimi mesi, e su cui il confronto politico è appena iniziato.

Francesco Barbuto

Francesco Barbuto

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