La Camera ha sancito il via libera definitivo al ddl che introduce la detenzione domiciliare per i detenuti tossicodipendenti e alcoldipendenti, subordinata all’inserimento in programmi di recupero terapeutico. Il voto finale registra 153 sì, 42 no e 82 astenuti: astenuti i principali gruppi di opposizione, contrari il Movimento 5 Stelle e la lista di Roberto Vannacci (FnV).
Il quadro numerico: chi può accedere e quanti potrebbero rientrare
Il testo punta su un perimetro definito per condanne e tipologie di reato:
- possono accedere i condannati con pena non superiore a 8 anni;
- per alcune categorie di reati più gravi il tetto si abbassa a 4 anni;
la richiesta è presentabile in qualsiasi momento, corredata da documentazione sul nesso tra dipendenza e reato e da una valutazione della “commissione centrale” istituita presso la Presidenza del Consiglio.
Secondo il ministro della Giustizia Carlo Nordio, la platea potenziale su base pluriennale è di circa 10.811 detenuti tossicodipendenti e 3.772 alcoldipendenti, per un totale di oltre 14.500 persone.
La misura si affianca all’affidamento in prova al servizio sociale già previsto per condanne fino a 6 anni, ampliando le opzioni di detenzione alternativa.
Finanziamenti e capacità ricettiva: il nodo che divide
La legge destina meno di 20 milioni di euro all’anno per la realizzazione dei percorsi terapeutici in comunità. Con queste risorse, le stime riportate in aula indicano circa 500 posti letto attivabili nel 2026. Questo dato ha alimentato le critiche sull’effettiva sostenibilità operativa della norma: anche ipotizzando un turnover, la capacità iniziale coprirebbe solo una frazione molto ridotta rispetto ai 10-14mila potenziali beneficiari stimati.
Il ministero ha precisato che la stima di 10mila casi è pluriennale e che l’espansione graduale dipenderà dalla capienza delle strutture e dall’effettivo impegno dei percorsi di recupero.
Il calcolo politico: maggioranza, promesse e narrazione
Per Forza Italia e il vicepremier Antonio Tajani il provvedimento rappresenta una promessa mantenuta, con due obiettivi dichiarati: alleggerire la pressione sul sistema carcerario e favorire il reinserimento, in particolare dei giovani coinvolti nelle dipendenze.
La premier Giorgia Meloni ha definito l’ok una “vittoria su più fronti”, legando la norma sia alla lotta alla droga sia alla riduzione del sovraffollamento, ma ribadendo che la misura si applica solo per condanne fino a 8 anni e con percorsi terapeutici obbligatori.
Sul piano comunicativo, la maggioranza sottolinea l’impatto atteso: Nordio parla di un atto “epocale” in grado di coinvolgere, nel tempo, almeno 10mila detenuti.
Le critiche dell’opposizione: principio condiviso, dubbi sull’attuazione
L’opposizione, pur condividendo in linea di principio l’idea di puntare sul recupero, ha scelto l’astensione, segnalando criticità strutturali. M5S e FnV hanno invece votato contro. I punti sollevati riguardano soprattutto la coerenza tra platea potenziale (10-14mila persone) e risorse stanziate (meno di 20 milioni/anno, circa 500 posti nel 2026), oltre ai tempi e ai criteri di accesso.
Il contesto penitenziario: i numeri del sovraffollamento
La norma arriva in un quadro di forte pressione sul sistema:
- a livello nazionale si registrano oltre 64.600 detenuti per circa 51.180 posti disponibili;
- in alcune regioni, come la Puglia, il tasso di occupazione supera il 180%;
- migliaia di posti sono considerati “di fatto” inutilizzabili, aggravando la situazione.
In questo scenario, la maggioranza inquadra la legge come intervento mirato sulla recidiva legata alle dipendenze, mentre l’opposizione chiede garanzie su finanziamenti, strutture e tempi di attuazione.







