Gli Stati membri dell’Unione europea hanno concordato sull’apertura del processo di adesione per l’Ucraina e la Moldova. Lo hanno annunciato la Presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen e il Presidente del Consiglio europeo António Costa.
Questo cosa significa?
L’Ucraina e la Moldavia hanno già ottenuto in precedenza lo status di paesi candidati, ovvero paesi che hanno espresso formalmente la volontà di aderire all’Unione europea e che, avendo soddisfatto i criteri politici preliminari, hanno ricevuto il riconoscimento ufficiale da parte del Consiglio europeo per l’avvio dei negoziati volti ad allineare la propria legislazione nazionale all’intera struttura del diritto dell’Ue, chiamata acquis comunitario. Questi criteri sono i cosiddetti Criteri di Copenhagen, stabiliti nell’Articolo 49 del Trattato dell’Unione europea. Concordati nel 1993, rappresentano l’insieme delle condizioni fondamentali che ogni Stato richiedente deve soddisfare per poter aderire all’Ue. Tali parametri si articolano in tre pilastri essenziali: il criterio politico, che esige la presenza di istituzioni stabili a garanzia della democrazia, dello Stato di diritto, dei diritti umani e della tutela delle minoranze; il criterio economico, che richiede un’economia di mercato funzionante e la capacità di reggere la pressione competitiva all’interno del mercato unico; e infine il criterio comunitario, legato alla capacità del paese di assumere gli obblighi derivanti dall’adesione, recependo e applicando integralmente l’intero corpo normativo dell’Ue, appunto l’acquis.
L’apertura ufficiale dei negoziati segna l’avvio della fase operativa più complessa del percorso di integrazione. Questa si articola attraverso lo screening approfondito della legislazione del paese candidato, una procedura condotta dalla Commissione europea insieme alle autorità nazionali per verificare il grado di allineamento delle norme interne ai 35 capitoli negoziali in cui è suddiviso l’acquis. Questi capitoli sono raggruppati in 6 macro aree, dette clusters, le quali coprono ogni settore della vita pubblica ed economica, dalla politica monetaria alla sicurezza energetica, fino alla tutela dell’ambiente.
Ogni paese avanza in base al ritmo e all’efficacia delle proprie riforme strutturali, con una priorità assoluta riservata al primo cluster, ovvero quello dei “fondamentali”, che include l’indipendenza del potere giudiziario, la lotta alla corruzione, la protezione delle minoranze e il rispetto dei diritti stabiliti nella Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea. Allo stesso tempo, il percorso resta subordinato alla capacità di assorbimento dell’Ue, ovvero alla sua attitudine ad accogliere nuovi membri senza compromettere l’efficacia del proprio bilancio e la fluidità dei processi decisionali interni.
Il peso della realpolitik
Al di là dei tecnicismi procedurali, il cammino di Kiev e Chișinău si scontra inevitabilmente con le vere dinamiche politiche. L’effettivo ingresso di questi Paesi resta subordinato, seppur non ufficialmente, alla pura volontà politica e alle priorità strategiche degli Stati membri. A loro spetta l’ultima parola sull’adesione dei candidati, dal momento che la decisione finale richiede l’unanimità al Consiglio europeo.
L’ingresso di una realtà demografica ed economica delle dimensioni dell’Ucraina ridefinirebbe in modo radicale gli equilibri geopolitici e istituzionali interni all’Ue, soprattutto nel Parlamento europeo. L’assegnazione dei seggi basata sul principio della proporzionalità degressiva conferirebbe a Kiev una delegazione europarlamentare altamente rappresentativa, facendo dell’Ucraina il quinto Stato membro per popolazione. Questo scenario potrebbe alterare i tradizionali equilibri di coalizione e, soprattutto, erodere il peso geopolitico di attori storici come la Polonia.
A rallentare potenzialmente l’allargamento vi è anche la memoria storica recente. L’allargamento orientale del 2004, che coinvolse gran parte dei Paesi dell’ex blocco sovietico, viene oggi spesso riletto come l’esito di una strategia geopolitica accelerata, concepita in funzione anti-russa ma rivelatasi parzialmente fallimentare sul piano della coesione interna e dello Stato di diritto. Basti pensare all’Ungheria di Viktor Orbán, caratterizzata da oltre due decenni di derive illiberali e continui veti paralizzanti a Bruxelles. Questo precedente porta gli Stati membri a esigere tutele democratiche e riforme sistemiche particolarmente rigorose prima di acconsentire ad ulteriori allargamenti.
Infine, il percorso di Kiev e Chișinău si inserisce in un quadro regionale complesso, in cui un’accelerazione ingiustificata del processo di allargamento rischierebbe di destabilizzare gli equilibri politici con i Paesi dei Balcani occidentali in attesa di adesione — tra tutti l’Albania, che da anni lavora a riforme strutturali per divenire Stato membro. Questi Paesi non hanno mai goduto del supporto strategico che ha contraddistinto l’iter di Kiev e Chișinău, i cui percorsi sono stati fortemente accelerati dalle urgenze geopolitiche derivanti dalle azioni militari russe.
Oggi l’Ue sta promettendo, ancora una volta, un risultato chiaro e definito in cambio di riforme strutturali — un risultato che, secondo gli attuali governi di Ucraina e Moldavia, è necessario per la loro sopravvivenza geopolitica. In questo scenario, è imprescindibile che le istituzioni europee esercitino una forte responsabilità di lungo periodo, evitando che le promesse di oggi si traducano in una paralisi decisionale futura. Tradirle significherebbe deludere non soltanto i governi in carica, ma le aspettative dei cittadini di questi Paesi, a cui sono stati promessi sicurezza e supporto in cambio della loro fiducia e lealtà. Una simile rottura si tradurrebbe in una catastrofe geopolitica prevedibile, lasciando un vuoto di credibilità che Mosca non aspetta altro di sfruttare.







