A Palazzo Chigi, tra un piatto di spigola e qualche accelerata sulle priorità di governo, il centrodestra prova a dare un volto meno improvvisato al proprio agenda. Il pranzo dei leader Meloni, Salvini, Tajani e Lupi è diventato in poche ore il “patto della spigola”, un nome un po’ scanzonato che nasconde però un’ambizione politica ben precisa: riportare in scena il nucleare e accompagnarlo con una nuova legge elettorale che, se dovesse prendere piede, ridisegnerebbe il futuro del sistema politico italiano.
Il nuovo tavolo della spigola
Il vertice a base di pesce azzurro, raccontato da diverse fonti di maggioranza, non è stato solo un’immagine di regime, ma uno spostamento di rombo rispetto al solito modo di procedere. Qui non si è tanto parlato di Medioriente o di strategie estere, quanto di due dossier che il governo tiene in agenda da mesi: la legge sul nucleare e la riforma del Rosatellum. Il fatto che il nodo elettorale sia emerso proprio in un incontro dove si discute di energia non è un caso: è un segnale che il centrodestra vuole mettere in fuga un mix di fibrillazione interiore e incertezza esterna, provando a dare all’opinione pubblica un’idea di direzione, più che di improvvisazione.
Energia nucleare, tra scelta tecnica e scommessa politica
Il dibattito sul nucleare oggi travalica i numeri delle centrali e le percentuali di emissioni. Per il governo Meloni, è anzitutto una scommessa di identità: tornare a parlare di energia nucleare dopo anni di veto referendario e di tabù politici significa decidere di non nascondersi dietro l’ambientalismo soft, ma di puntare su un mix di tecnologie che includa anche una componente nucleare di quarta generazione. Accelerare sull’approvazione di una legge quadro non è solo una questione di impianti, ma di schierarsi pubblicamente su un modello di energia “dura”, che richiede però una corrispondente capacità di gestire la paura dei cittadini, dei territori e dei movimenti contrari.
La legge elettorale come incastro strategico
Parallelamente, il tema della legge elettorale torna a occupare il centro del campo. La riforma del Rosatellum, che qualcuno ha già definito in chiave “stabilità” più che rappresentanza, è letta come un’ancora per governabilità dopo anni di maggioranze traballanti e alleanze elastiche. Il centrodestra sa benissimo che un nuovo sistema di voto con premio di maggioranza, eventualmente agganciato a un tetto percentuale mobile, può regalare il potere di chi lo progetta, ma lo espone anche alla contestazione: il rischio di un “nuovo porcellum”, in salsa proporzionale, è un’ombra che non si può allontanare con una buona battuta da reddito a base di spigola.
Un patto che non piace a tutti
Il soprannome “patto della spigola” richiama in modo ironico l’antico “patto dello stracchino”, quello tra Conte e Grillo firmato tra un aperitivo e una foto social. Allora si trattava di un tentativo di pacificazione dopo ore di tensione; oggi, il menu del centrodestra sembra più uno sforzo di coesione interna che non una vera riconciliazione con l’opposizione. I partiti del centrosinistra, infatti, guardano con diffidenza alla doppia accelerazione su nucleare e legge elettorale, vedendo in entrambi i temi il tentativo di cambiare le regole del gioco proprio mentre il governo è in vantaggio nei sondaggi.
Un’accelerazione che parla di autorevolezza
Quello che emerge dal “patto della spigola” è soprattutto un atteggiamento: il centrodestra vuole mostrare di non essere più un governo di emergenza, ma una maggioranza che decide i temi strutturali del Paese, a partire dall’energia e dal sistema di voto. Accelerare su nucleare e legge elettorale non è solo un’esigenza tecnica o parlamentare; è un modo per dire: “Abbiamo un piano, anche se non vi piace”. E, come sempre nella politica italiana, è proprio il modo in cui si dice qualcosa – davanti a un piatto di pesce, in un’ora e mezza di riunione – a fare più notizia della sostanza che dovrebbe restare scritta nelle carte.







