Nell’edizione 2026 del CPAC, la più grande conferenza dei conservatori al mondo, tenutasi a Dallas, in Texas e segnata dall’assenza del Presidente Trump, impegnato nella gestione delle crisi internazionali, è stato il suo ex ideologo, Steve Bannon, a galvanizzare l’area più inquieta del movimento Maga.
Chi è Steve Bannon?
Steve Kevin Bannon, è nato a Norfolk, in Virginia, il 27 novembre 1953, da una famiglia della classe lavoratrice cattolica di origine irlandese e democratica.
Bannon è stato ufficiale della Marina degli Stati Uniti per sette anni tra la fine degli anni ‘70 e ‘80, successivamente ha lavorato per due anni come banchiere d’investimento alla Goldman Sach, è stato produttore esecutivo a Hollywood tra il 1991 e il 2016 e nel 2007 ha co-fondato “Breitbart News”, giornale online di estrema destra descritto da lui stesso come “la piattaforma per la destra alternativa”.
Finito al centro della ribalta per aver lavorato come “capo stratega della Casa Bianca” nell’amministrazione Trump durante i primi sette mesi del primo mandato del tycoon, successivamente si è dedicato alla conduzione del suo podcast “War Room”.
Oggi è una delle voci più influenti del mondo Maga e uno dei commentatori politici più seguiti di tutti di gli Stati Uniti.
Analisi del suo intervento al CPAC
Il suo intervento al Gaylord Texan Resort non è solo solo un discorso politico ma un vero e proprio sismografo delle tensioni che attraversano la destra americana nel 2026.
Con la sua consueta retorica infuocata, ha esplicitato in modo chiaro molti malumori che attraversano la base repubblicana che ha rieletto il tycoon alla Casa Bianca nel 2024. Bannon infatti, ha iniziato il suo discorso ricordando alla platea che la vittoria di un anno e mezzo non è stata un punto di arrivo, ma l’inizio di una “lotta di sei anni”.
L’attacco al vecchio establishment repubblicano
Con il controllo del Congresso in bilico nelle prossime elezioni di midterm, il nemico, secondo Bannon, non è solo la sinistra radicale, ma anche l’inerzia interna e l’establishment repubblicano rappresentato da figure come John Cornyn, accusato di far parte dei cosiddetti “RINO” (Republicans In Name Only); appoggiando invece altre figure come Ken Paxton in corsa per un seggio al Senato.
La critica alla guerra in Iran
Il focus strategico del discorso dell’ex ideologo trumpiano, è stato il conflitto in Iran. Infatti, Bannon ha scelto di intitolare il suo intervento “Peace Room”(l’esatto contrario del nome del suo celebre podcast “War Room”) e la motivazione di questa scelta è l’esemplificazione del suo intervento: “Ho deciso questo nome perché i cittadini-soldato di questo movimento sanno che la vera forza non sta nello sprecare il sangue dei nostri figli in deserti lontani per i capricci dei neocon e dei globalisti.”
L’influente commentatore repubblicano ha quindi espresso forti riserve sulla strategia adottata da Trump in Iran, accusando non direttamente il Presidente, ma alcune figure che secondo l’ex ideologo si muovono “nell’ombra del Pentagono e del Dipartimento di Stato” che starebbero spingendo il tycoon ad intraprendere un’operazione di terra in Iran, avvertendo la platea in modo provocatorio e diretto: “C’è qualcuno vuole vedere i nostri ragazzi presidiare lo Stretto di Hormuz”.
Giusto sottolineare inoltre come la critica di Bannon al conflitto iraniano sia proseguita anche al termine del CPAC. Il giorno successivo alla fine della conferenza infatti, l’influente opinionista Maga, ha dichiarato che “Il figlio di Netanyahu dovrebbe essere espulso dagli Usa dagli agenti dell’Homeland Security e inviato a combattere in Iran”.
É quindi un Bannon che indossa i panni del “realista” America First, mettendo in guardia dai rischi di un nuovo conflitto in Medio Oriente che potrebbe erodere il consenso interno proprio mentre i prezzi del carburante continuano a salire.
Sguardo al futuro: Il GOP dopo Trump
L’intervento di Bannon riflette la trasformazione del CPAC 2026. Non più solo una celebrazione della presidenza Trump, ma un laboratorio dove si discute attivamente il futuro del “Trumpismo senza Trump” (o oltre il suo mandato). La capacità dell’ideologo di bilanciare il sostegno totale all’agenda del Presidente con una critica serrata alla conduzione del conflitto in Iran dimostra che il movimento MAGA è oggi più che mai un organismo complesso, capace di dialettica interna pur rimanendo compatto contro l’avversario esterno.
In chiusura, il messaggio dell’ex stratega trumpiano è stato un richiamo alle armi… ma di tipo elettorale: “Se non torniamo a fare il lavoro sporco porta a porta, se ci perdiamo in sterili litigi, perderemo il Paese. La vittoria è davanti a noi, ma dobbiamo meritarcela”.







