Quali sono le responsabilità politiche nell’eliminazione dell’Italia dai Mondiali 2026?

L’eliminazione della nazionale italiana dai Mondiali del 2026 non è solo un episodio sportivo, ma il sintomo di un problema più ampio. Dietro il risultato sul campo si nasconde una questione strutturale che attraversa il calcio italiano e, più in generale, l’intero sistema sportivo nazionale. Le difficoltà non dipendono soltanto da giocatori e allenatori: la politica, con le sue scelte e omissioni, ha contribuito a creare l’ambiente nel quale il movimento calcistico si è sviluppato, spesso senza una direzione stabile e coerente.

Negli ultimi decenni, l’Italia ha mostrato una sorprendente incapacità di definire una strategia sportiva di lungo periodo. Ogni governo ha modificato priorità e approcci, producendo una discontinuità che ha finito per indebolire le basi del sistema. Il calcio, che dipende da infrastrutture, regolamenti e risorse, vive da tempo le conseguenze di queste incertezze politiche: progetti che si arenano, riforme incompiute, investimenti dispersi. Così le criticità crescono più rapidamente delle soluzioni.

Le criticità principali e i collegamenti con l’eliminazione dell’Italia dai Mondiali del 2026

Uno dei nodi più evidenti riguarda gli stadi. Gran parte degli impianti italiani è obsoleta, priva di standard moderni e difficile da rinnovare a causa di vincoli burocratici e tempi autorizzativi interminabili. Il risultato è un freno economico e competitivo per le società, che faticano a sostenere i costi o a generare ricavi sufficienti per investire nella formazione dei giovani e nella ricerca di nuovi talenti. Quando la politica non rimuove gli ostacoli amministrativi, il sistema resta immobile.

Anche sul fronte dei vivai la situazione non è migliore. Nonostante una tradizione calcistica straordinaria, l’Italia ha progressivamente indebolito i percorsi di crescita per i giovani atleti. Le scuole e le piccole società sportive, che in altri Paesi rappresentano il motore dello sviluppo, qui operano con scarsi mezzi e poca attenzione istituzionale. Lo sport scolastico rimane marginale e gli investimenti pubblici nel settore di base sono insufficienti. Trascurare questo livello significa ridurre il serbatoio da cui attingere i futuri campioni.

A complicare ulteriormente il quadro c’è una governance frammentata. Le relazioni tra federazione, leghe, enti sportivi e istituzioni politiche sono spesso segnate da competenze sovrapposte e conflitti d’interesse, che rallentano ogni tentativo di riforma strutturale. Senza una guida unitaria e una visione condivisa, le iniziative si perdono tra compromessi e resistenze. Al contrario, nei Paesi dove il calcio è competitivo, esiste un modello decisionale più coeso e orientato alla pianificazione a lungo termine.

Sul fondo di tutto resta un problema culturale: in Italia lo sport continua a essere percepito più come intrattenimento che come risorsa strategica per lo sviluppo del Paese. Solo pochi vedono nello sport – e nel calcio in particolare – un asset capace di generare coesione sociale, salute pubblica ed economia. Questa visione limitata contribuisce a rendere vulnerabile il sistema, esponendolo ai cicli altalenanti di trionfi e crisi.

Si può invertire questa disastrosa tendenza?

Attribuire alla politica la responsabilità per l’eliminazione dal Mondiale non significa cercare un capro espiatorio, ma riconoscere che i risultati sportivi sono lo specchio di un intero ecosistema. Quando mancano visione, infrastrutture e investimenti, le prestazioni inevitabilmente ne risentono. L’uscita dai Mondiali 2026 rappresenta, più che una sconfitta contingente, il risultato di anni di inerzia e frammentazione.

Per invertire la rotta servono politiche coraggiose e stabili: un piano nazionale per lo sport, una semplificazione delle regole per gli impianti, un serio rilancio dei vivai e una governance capace di coordinare interessi diversi sotto una visione comune. Solo così l’Italia potrà tornare a essere protagonista, trasformando una delusione collettiva nell’occasione di un nuovo inizio.

Francesco Barbuto

Francesco Barbuto

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